Siamo una famiglia

Pensavo che essere una famiglia dipendesse unicamente dal fatto di essere sposati, di avere firmato delle carte che ne attestassero lo status quo. Di poter chiamare marito il partner solo se era scritto ufficialmente da qualche parte. Sorridevo quando sentivo due conviventi dire: a noi non serve altro per sentirci famiglia. Che cretina che ero.

Da qualche tempo – da quando cioè mi sono trasferita a casa di lui, da quando la malattia è ricomparsa, da quando all’ospedale ce lo accompagno io e non più i suoi, da quando dentro dall’oncologa a colloquio ci andiamo in due, da quando dormiamo insieme il più delle notti, da quando a breve avremo una casa tutta nostra, da quando sto anche pensando: “Che bello sarebbe avere un figlio” (poi mi faccio prendere dalle seghe mentali del “chi lo manterrà?” o del “i medici non ci danno garanzie sul suo futuro, come possiamo pensare a un figlio?” o molto banalmente “un figlio? Io? Ma mi piaceranno i bambini?”) – io lo chiamo qualche volta “mio marito”. Pensavo mi facesse effetto, invece mi esce molto naturale. E non mi sento in colpa nel farlo, anzi. Una volta mi ci sarei sentita: educata con dei principi e precetti morali e religiosi molto precisi, pensavo che la mia vita avrebbe seguito le tappe canoniche insegnatemi fin da piccola. Ma la vita se ne fotte delle tappe, dei principi e della morale: ti chiede “Vuoi farlo ora? Te la senti? Perché adesso è il momento”.

In questi giorni sono molto giù di morale, brutte notizie sul lavoro mi hanno fatto pensare che forse era meglio se avessi accettato quel lavoro in banca anni fa. Non mi era mai successo. Il solo pensiero di non riuscire a sostentare i miei bisogni e quelli della famiglia mi fa impazzire. Allora mi ha abbracciato e prendendolo in braccio (è lui quello che pesa meno tra i due), mi fa: “Non ti preoccupare, siamo stati destinati a una vita diversa di quella dei nostri coetanei. Se dovessimo sottostare alle regole e alle tempistiche normali, come potremmo pensare di vivere? Non possiamo pensare troppo al futuro noi due, a noi non è garantito. Dobbiamo imparare a vivere bene nel presente, a essere felici qui e ora. Per chi dobbiamo tenere da parte i soldi? Per un figlio che non sapremo mai se avremo? Per una vecchiaia che non avremo mai? Stiamo pagando la felicità – che agli altri è svenduta e nemmeno se ne accorgono – a carissimo prezzo. Ci deve bastare l’amore, che quello ce n’è, tanto”. Colpo al cuore. Deglutisco. Ha ragione: per cosa mi sto crucciando? Cose che già so, ma i nostri limiti seppur conosciuti, ogni tanto si rifanno labili, come quando una leggera nevicata ‘cancella’ i confini e allora occorre una bella spazzata per ritrovarli. Per ritrovarsi.

Siamo una famiglia perché le rare volte che dormiamo separati, non riusciamo a dormire. Siamo una famiglia perché lui è il posto dove voglio tornare ogni volta che sono lontana. Siamo una famiglia perché ci supportiamo e ci sopportiamo a vicenda. Siamo una famiglia perché ci preoccupiamo l’uno dell’altra e mettiamo i nostri bisogni al pari di quelli altrui. Siamo una famiglia perché in casa c’è calore solo se siamo insieme. Siamo una famiglia perché proviamo a progettare il futuro, seppure con una spada che pende sulla testa, retta da un filo troppo fine. Siamo una famiglia perché ci amiamo. E credo che questo possa bastare.

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#StartupMonAmour – Oltre Design: oltre i confini dell’ordinario artistico

Eccoci con un’altra puntata – l’ultima di questo 2016 – del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di un laboratorio grunge nel suo senso più positivo, con resine e installazioni ovunque e un sorriso che spunta dal fondo: Chiara Del Vecchio, 30 anni, titolare e fondatrice di Oltre Design Srl. Nel cuore di Milano, ma facendo la spola con Londra, Chiara attraverso Oltre Design sviluppa e produce innovative installazioni in resina. Quando entri nel laboratorio di Via Clusone a Milano, ti senti a casa. Il team è giovane e il buonumore è il leitmotiv dell’azienda. Un po’ come quando cammini per New York, anche qui cammini con il naso in su, rapita non dai grattacieli, ma dalle installazioni e dalle opere d’arte.

Chiara Del Vecchio, founder di Oltre Design

Chiara Del Vecchio, founder di Oltre Design

Che cos’è e come nasce Oltre Design?: “Oltre Design nasce nel 2015, possiamo quindi definirla una vera e propria startup! Progetta e realizza innovativi pannelli artistici, mobili unici e pavimenti in resina destinati ad architetti e designer, per migliorare gli spazi attraverso la luce, il colore, la consistenza e le forme. Testi chiari e descrittivi e ampi spazi destinati alle immagini mettono al centro del messaggio il prodotto artistico, realizzato a mano con cura, capace di portare l’arte anche negli spazi quotidiani”.

Quali sono le tecniche utilizzate per la creazione dei tuoi pezzi?: “Ve le spiego: ‘Visioni’ – WET ART è un prodotto innovativo per l’applicazione di grandi formati non ripetibili. Si tratta di pannelli decorativi fatti a mano in ambienti bagnati e umidi come le docce e i bagni, o le piscine e le Spa. I pannelli artistici sono creati con polvere preziosa, foglie, colori acrilici e sono rivestiti con trattamento anti UV resine speciali. Visioni è stato progettato per coprire o retroilluminare qualsiasi tipo di superficie (piatta o curva) in alternativa alle piastrelle classiche, mosaici, sfondi per creare design unici degli interni. ‘Forme’, invece, è una collezione di mobili incredibile che combina materiali pregiati e particolari in resina e che unisce un patrimonio comune di tecniche ancient artigianali. Oltre Design crea arredi che sono il frutto della migliore tradizione di tappezzieri, ebanisti, decoratori, scultori e carpentieri. L’evoluzione di questa linea unisce l’arte magistrale con il design contemporaneo. Ancora una volta, prende forma la creazione di pezzi unici di design. Infine, ‘Flussi’ è la soluzione per personalizzare grandi spazi e renderli unici. Per esempio, rendere particolare una grande pavimentazione senza soluzione di continuità”.

Oltre Design si occupa di produrre installazioni rivestite in resina

Oltre Design si occupa di produrre installazioni rivestite in resina

E cosa c’entra Oltre Design con il settore wedding?: “Lavorando a stretto contatto con architetti che cercano stili innovativi e pezzi unici, indubbiamente anche Oltre Design ha impattato in questo settore. Piu che wedding inteso come evento nuziale in sé, visto proprio come inizio di un percorso a due, dove come prima tappa incontriamo la casa. Da buoni italiani il nostro concetto di casa di proprietà è molto spiccato e radicato e quindi anche l’arredamento e l’allestimento diventano una ricerca accurata e precisa da parte della coppia di neosposi o da parte del loro consulente (architetto o interior designer). E così tra i nostri prodotti non solo proponiamo installazioni in resina, ma anche mobili, spesso disegnati da me che faccio poi riprodurre a falegnami del mio network e che poi rifinisco con la resina e i colori. Di recente ho spedito negli Emirati Arabi più di venti pezzi di arredamento completamente “home made”. Sono aperta alla commistione di più settori, lo trovo logico e utile”.

In futuro si vedranno, quindi, installazioni come bomboniere?: “Sicuramente non è il nostro core business, ma magari una piccola limited edition per gli amanti del design…”.

Un'originale creazione di Oltre Design

Un’originale creazione di Oltre Design

Chiara, imprenditrice di te stessa in Italia: come ti trovi?: “Io arrivo dalla realtà londinese, dove tutto quello che riguarda la burocrazia è più semplice e snello. In Italia ci sono tantissimi adempimenti amministrativi e burocratici. Molti sono di comune conoscenza, molti altri li devi scoprire! O devi avere un valido consulente. In più, Oltre Design non è di semplice collocazione come impresa: da una parte abbraccia il campo artistico, dall’altro quello puramente artigianale. Se ci aggiungiamo poi il fatto che la collaborazione principale è con architetti e geometri durante la costruzione di cantieri, è subito comprensibile la difficoltà di inquadrare l’azienda in maniera definita e precisa. Anche il fatto di spedire i prodotti in tutto il mondo non è una cosa poi così scontata: ci sono i problemi doganali, di spedizione e dei certificati d’origine… Tutto sommato però devo dire che me la cavo. Anche se nasco pittrice, quindi creativa, sono abbastanza portata per l’ordine e la pratica e quindi anche il rapporto con il commercialista… procede! Certo, passare da una Partita Iva personale a un’azienda è un bel salto. La gestione contabile – fiscale è abbastanza differente e c’è anche la questione relativa alla gestione dei dipendenti, dei contributi e degli sgravi dati dal nuovo Jobs Act. È comunque il primo anno, quindi sono certa che man mano si possa migliorare. L’importante adesso è puntare anche alla ricerca di bandi che possano supportare il lavoro di Oltre Design e dei suoi dipendenti e che ci porti a far conoscere i nostri prodotti in tutto il mondo!”.

Chiara, la tua intervista chiude la rubrica per l’anno 2016: ti faccio i miei migliori auguri di buon anno nuovo e ti strappo la promessa di una nuova chiacchierata per tutte le buone nuove che bollono in pentola… E con voi, ci rileggiamo nel 2017, promesso!

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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La magia del Natale

Sono le 18.30 dell’antivigilia e sono ancora al pc a lavorare. È stata una giornata di imprevisti da risolvere, di telefonate non risposte, di lavori monotoni, così come nelle ultime settimane. Niente a che fare con il Natale, insomma. Eppure. Proprio oggi ragionavo sulla magia di questo periodo: le luci accese, il camino che riscalda la casa, i regali sotto l’albero, le musichette che riempiono l’aria di gioia… Sembra facile vedere la magia, eppure tanti sono ciechi a questo richiamo. Perché forse non basta. Non basta cercare di crearla, la magia bisogna averla dentro nel cuore. E se il cuore è schiacciato da un macigno che ne rallenta il battito? Allora bisognerà volerlo un po’ di più.

Oggi una mia amica mi scriveva che anche quest’anno il Natale non lo sente perché ha il cuore pesante. Non può immaginare quanto la capisco: il mio cuore ultimamente è affaticato e mezzo azzoppato dalle mille preoccupazioni, eppure proprio questo mi ha spinto a cercare nel Natale un motivo in più per essere felice. E non erano le luci, le canzoncine o i regali in arrivo: sono proprio i sorrisi che nonostante tutto riesco a procurare ciò che mi dà più gioia. Cercare di esserci, e in modo propositivo ed entusiasta, per non perdermi nemmeno un istante di vita.

Perché questa credo sia alla fine la lezione del Natale: ricordarci che abbiamo un motivo per essere felici sempre, nonostante le difficoltà e le preoccupazioni; che non basta una lucina accesa per dare calore, ma che può aiutare; che bisogna saper attendere per le cose belle, ma che alla fine ripagano di ogni sacrificio; che dobbiamo sforzarci di essere leggeri e migliori del giorno precedente tutto l’anno: solo così riusciremo a sentire il Natale quando arriva. Avere il cuore acceso: ecco cosa fa la differenza, a Natale e tutto l’anno.

Buon Natale e buon 2017!

Foto dal sito Hotel-R

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#StartUpMonAmour – Il giorno perfetto: un sogno che diventa realtà!

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta de “Il giorno perfetto”: potremmo definirla un’agenzia di wedding planning… ma anche no, è molto di più. A partire dalla sua ideatrice: Glenda Marradi, anima e cuore del progetto, la quintessenza della personalità. Toscana. Elegante. Iperattiva. Geniale. La moda le fa un po’ da cornice, senza dimenticare il lato pratico della vita. Cresce con il pallino di diventare vetrinista, ha un gusto da urlo in fatto di cibi, ma soprattutto nessuno ti sa cucire addosso un matrimonio su misura come lei. Leggiamo insieme cosa è uscito dalla chiacchierata tra Carolina e Glenda…

Glenda Marradi, founder de "Il giorno perfetto"

Glenda Marradi, founder de “Il giorno perfetto”

Giorno perfetto: perché?: “Il giorno perfetto è la mia azienda, è il mio brand. Peccato non averlo registrato prima dell’uscita del film, sarebbe stato un bel business! L’ho chiamato così perché quando ho deciso di aprire l’azienda a tutti gli effetti e quindi inquadrarmi fiscalmente, ho scoperto di essere incinta di mia figlia. Da qui il ‘giorno perfetto’”.

Se ti chiamassi wedding planner?: “Mah, non sono una wedding planner classica. I wedding planner oggi come professione nascono e muoiono a profusione. Oggi fare il wedding planner, il più delle volte, significa avere un pacchetto fornitori da sottoporre ai clienti – gli sposi –, supervisionare l’andamento dell’evento e accodarsi su parcelle e provvigioni. Ecco, io sono esattamente l’opposto. Io ti fornisco tutto. Ti conosco, ti studio, entro in sintonia con te e ti cucio addosso la storia del tuo matrimonio. Eccetto le location, tutto il resto del servizi lo fornisco da me: a partire dagli allestimenti floreali, passando per il catering e gli addobbi delle location sino ad arrivare alle partecipazioni, al servizio fotografico e a spettacoli dal vivo. Io non prendo provvigioni da chi ingaggio per servizi non diretti, anzi faccio l’opposto: cerco di limare i prezzi dei miei fornitori proprio per dare un servizio migliore. Negli anni mi sono costruita un network di livello a prezzi convenzionati. Sono a tutti gli effetti una wedding coordinator”.

La figura professionale della wedding coordinator in Italia ancora non è inquadrata fiscalmente… Però abbiamo la wedding buyer, tu sai cos’è?: “No, è la prima volta che ne sento parlare. In Italia ci sono troppe figure legate al wedding, molte superflue. Odio vedere wedding planner che postano foto di allestimenti chiaramente non fatti da loro, ma che li firmano. Devi avere il coraggio di riconoscere il lavoro altrui, così facendo avremmo meno wedding planner & co.”.

Come sei organizzata nel lavoro?: “Siamo io e la mia fedelissima assistente che ho formato nel corso di un decennio. E poi c’è la mia squadra di camerieri per i catering e soprattutto le mie tovaglie: non parto mai senza di loro!”.

Un allestimento a tema girasoli

Un allestimento a tema girasoli

Ma sei tu la Glenda dei matrimoni in spiaggia?: “Sì, sono io l’ unica e originale. Sono stata la prima a organizzarli nella mia zona: ho avuto l’ispirazione in California. Mentre il mio compagno faceva surf sulla spiaggia vidi una donna che nell’arco di mezz’ora aveva allestito la location di un matrimonio. Rimasi ammaliata, così iniziai a studiare e poi ho riproposto la cosa in Italia nella mia bella Versilia. Oggi solo alcuni bagni sono autorizzati a celebrarli, ecco perchè non se ne fanno quasi più”.

Però sei anche la Glenda dell’atelier di abiti da sposa…: “Sì, sono sempre io. Un po’ eclettica forse, ma sempre io. Ho aperto un atelier di abiti da sposa, designer e stilisti che ancora non si sentivano in Italia. Ho anticipato di molto la moda, mi sono fatta una bella cultura e oggi infatti l’abito da sposa è uno dei temi fondamentali per poter organizzare un giorno perfetto. Ti dico solo che molto spesso scelgo io gli abiti per le mie spose. E se non è la prima scelta, con la seconda ci azzecco sempre. Questo è il mio modo di lavorare. Creare un legame forte, un’amicizia. Oggi la maggior parte delle mie spose sono mie amiche. E ho avuto anche la fortuna di conoscere grandi mariti, che oggi sento spesso e volentieri”.

E oggi Glenda chi è? Una mamma, compagna e wedding coordinator… o qualcos’altro bolle in pentola?: “Effettivamente qualcosa c’è… ma ancora non posso parlarne. Sicuramente ti posso dire che sarà una tendenza del 2017… e unirà le mie passioni. Magari te lo racconto l’anno prossimo…”.

Una donna in carriera come te che ha fatto delle sue passioni creative un lavoro, che rapporto ha con il lato pratico e soprattutto con il commercialista?: “Ma dai, devo dire che me la cavo bene. Sono una delle poche donne wedding che è in grado di calcolare il costo di un piatto in autonomia e ricavarne il margine. La gavetta mi ha permesso di formarmi anche sul lato sostanziale di questo lavoro, non solo su quello formale e così anche nel redigere i preventivi sono a mio agio. Anche il rapporto con il commercialista direi che procede liscio. La mia non è una holding. Contabilità semplice. Basta essere organizzati!”.

Mi racconti due chicche dei tuoi lavori?: “Be’, ce ne sono tante, ma se devo scegliere sicuramente ti racconto del bouquet di rose nere che ho dovuto ordinare un anno e mezzo prima dell’evento, rose create in fialetta in Olanda. Un bouquet da urlo, ha vinto anche dei premi. E l’altra grande performance è il cielo di rose: più di 4mila rose cucite a mano con una variazione cromatica particolare. Quando la sposa ha visto il lavoro ultimato si è commossa”.

Il cielo di rose creato da Glenda... so romantic!

Il cielo di rose creato da Glenda… so romantic!

Un consiglio pratico a chi vuole lanciarsi in questo mondo wedding?: “Care stagiste, partite dalla gavetta. Niente tacchi a spillo, un bel paio di sneakers e correre!”.

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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Xanax

“Chi ti farà piangere? Chi ti addormenterà? Chi userà lo sguardo tuo? Chi lo fa al posto mio? Io dove sarò?”.
Subsonica

Ultimamente, da un anno a questa parte, mi succede una cosa strana, che poi così strana non è: se non sono insieme a Teo, non riesco a dormire. O meglio, prendo sonno sì, ma dopo ore e ore di rigiramenti nel letto, per trovare una posizione, per respirare meglio, per scacciare i pensieri. Capita infatti che quando faccio tardi e lui non sta bene per via della cura, mi chieda di dormire a casa mia per non disturbarlo nel cuore della notte, mentre lui è già a letto. L’altra notte ero nel mio letto, quello da ‘nubile’, e nonostante non avessi pensieri e la stanchezza, non son riuscita a prendere sonno prima di due ore. Due ore infinite, in cui siccome non hai nulla da fare, poi i pensieri ti vengono per forza. Cominci a pensare ai pezzi da consegnare, alle fatture da fare, ai regali da comprare… e ti sale l’ansia, che ti chiude il naso, ti fa mancare il respiro, e il giorno dopo ti svegli più stanca della sera prima.

L’altra sera invece, nonostante la giornata sia stata una catastrofe, viste le innumerevoli beghe burocratiche abbandonate alle 19 senza una soluzione all’orizzonte, mi sono addormentata all’istante: io entro sotto le coperte, poi arriva lui, si infila e io mi appallottolo accanto a lui, abbracciandolo e appoggiando la mia testa sulla sua spalla spigolosa. Poi aggrovigliamo le gambe e ci scaldiamo a vicenda i piedi. Nonostante la scomodità, riesco a sempre a lasciarmi andare alla stanchezza e farmi sorprendere dal sonno: il mio battito si fa più quieto, la mia testa si svuota e cado in un sonno profondo, come vittima di un incantesimo. Poi quando spegne la tv, io mi giro di schiena, lui mi abbraccia da dietro e diventiamo un tutt’uno, il suo naso dentro i miei capelli, il suo respiro regolare dentro il mio, le sue braccia attorno alle mie. Qualche volta, lui dentro di me. Da lì in poi non ho ricordi, abbandono totale, nulla ha più importanza. Non dormivo così, credo, da quando ero bambina. E ho dormito così la notte prima del responso della Tac, la notte prima della consegna dell’ennesima chemio, la notte dei casini sul lavoro. Tutte le notti.

Lui ha il potere di quietarmi, di decelerarmi il battito, di farmi tornare in un luogo sicuro, come quando si è nel grembo di nostra madre e si sente tutto ovattato. Lui è il mio Xanax, mi chiedo cosa succederà quando non ne prenderò più. Sarò condannata a non dormire più per tutta la mia vita, certa però che quelle rare volte in cui chiuderò gli occhi, ci rincontreremo nei nostri sogni.

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Vedessi solo sole

Ho, abbiamo una vita precaria. Tutti in generale, ma nel particolare io e Teo. Da tempo mi interrogo sul senso che può avere un legame che presto o tardi si spezzerà. Tutti i legami son destinati a finire, per scelta o per destino. Ma quando sai che la spada che pende sulla tua testa ha un filo che non regge abbastanza da superare il tempo e lo spazio, cosa fai? C’è chi davanti a legami di questo genere, fugge per paura di soffrire. “Preferisco soffrire prima, quando scelgo di privarmene consapevolmente”. Sì, come se dopo sia facile far finta di non essersi mai conosciuti, di non essersi mai amati, di aver condiviso un pezzo di strada insieme. C’è chi sceglie di restare invece. E non è coraggio né tornaconto, solo voglia di esserci, di viversi fino in fondo. Come quando ti lanci a tutta velocità contro un muro consapevolmente: non è che prima dello schianto non hai una paura fottuta, anzi. Ma dopo la botta, ci sarà solo silenzio. Non sai se sopravvivrai, sai solo che ci sarà molto silenzio.

Io e Teo abbiamo preso casa. C’era un appartamentino nella via perpendicolare alla nostra, una vera occasione. Voleva che ne parlassimo e decidessimo in fretta perché poteva anche scappare via talmente era buona come occasione. Prendere casa è qualcosa di definitivo, di molto definitivo. È il farsi una promessa, ancor più che giurarsi amore eterno su un altare. Perché significa costruire qualcosa insieme, letteralmente, mettere su un mattone dopo l’altro, investire i risparmi di una vita lì. Potevo mai scrivere un ‘definitivo’ laddove c’è da sempre scritto e sempre ci sarà ‘precario’? Quella sera, Elisa mi chiarì la situazione, fugò ogni dubbio: “A un passo dal possibile, a un passo da te, paura di decidere, paura di me, di tutto quello che non so, di tutto quello che non ho. Eppure sentire nei fiori tra l’asfalto, nei cieli di cobalto c’è… Eppure sentire nei sogni in fondo a un pianto, nei giorni di silenzio c’è un senso di te”. In tutto quel dolore e quella sofferenza non avevo perso la voglia di sognare e si sa, che quando si è a un passo dal sogno si ha sempre un paura. Costruire il futuro quando tutto intorno si sta sgretolando non ha molto senso agli occhi della ragione, ma ha un senso perché dentro ci siamo noi.

Parlandone insieme, salta fuori che nella casa nuova ci andrebbero a vivere i miei suoceri, che ci lascerebbero la loro, “tanto a noi serve poco spazio, ormai”. Una bella dimostrazione d’affetto e di fiducia nel nostro futuro, mi son detta, “Qualcuno crede in noi, perché non dovrei farlo io?”. Poi, in privato con Teo, discutendo se fosse la soluzione giusta: “Stanno facendo uno sforzo emotivo grandissimo per noi, perciò mi piacerebbe che se mai succedesse qualcosa di male, ci tornassero a vivere loro qui”.

Ecco la doccia gelata, ecco la realtà che mi riporta coi piedi per terra: è una vita che mi sto allenando per rimanere sola. E anche lui lo sa. Ma sapete qual è la cosa che più mi piace di me, di noi? Che nonostante la paura fottuta, non ce ne frega niente, non riusciamo a non sognare, a non sperare. “Fare tutto come se vedessi solo sole”. Siamo diretti col piede schiacciato sull’acceleratore a 200 all’ora verso il destino: presto o tardi ci sarà lo schianto. Luce, e poi silenzio. Ma fa nulla: io e lui saremo insieme. Io non sarò sola. Mai.

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#Startupmonamour – Batika Boutique: un’Ape di gioiello!

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Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di Batika Boutique, “scoperta mettendo un like su un post sponsorizzato su Facebook… Tre settimane dopo, ci siamo ritrovate io e Alessandra Baj, la titolare, a bere un tè caldo in una pasticceria di Milano, a pochi metri dalla sua Ape boutique: glamour e street allo stesso tempo”. Un’intervista che ha più il sapore di una chiacchierata tra amiche che si ritrovano dopo un lungo viaggio. In effetti il viaggio è stato lungo…

“Dopo anni di esperienza come titolare di un negozio di abbigliamento e prima ancora come commessa sempre nello stesso settore, ho capito che quella non era la mia strada: la rigidità degli orari, i lunghi periodi vuoti, gli obblighi di un commerciante classico non si fondevano con la mia anima creativa, la voglia di viaggiare alla ricerca di stili materiali e idee nuove. Così, dopo aver chiuso l’attività ed essermi confrontata con mio marito Andre, ho trovato la mia mission”.

Perché alla fine è una missione, la sua: ha importato dagli Stati Uniti la “pop up store” economy. Il ‘pop up store’ è un punto vendita di concezione relativamente recente, importato in Italia da una tendenza nata negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Un esercizio temporaneo, la cui durata può variare da pochi giorni a poco più di un mese. Benché piccoli e transitori, questi negozi sono spesso in grado di attirare l’attenzione dei consumatori. Essi compaiono in zone particolarmente in vista della città, proponendo le ultime novità e chiudendo improvvisamente, senza preavviso: l’obiettivo è quello di creare un evento effimero che si leghi a un messaggio temporaneo duraturo, specialmente nelle politiche di marketing delle grandi marche. “In realtà l’ho adattato. Il mio è un pop up store definitivo, non temporaneo ma permanente. La mia ape si sposta da una zona all’altra di Milano a seconda dei giorni, secondo una tabella di marcia ormai conosciuta dai clienti abituali”.

Alessandra, titolare di Batika Boutique, in mezzo a Marta (a sinistra) e la nostra Carolina (a destra), che indossa un turbante Batika Boutique

Alessandra, titolare di Batika Boutique, in mezzo a Marta (a sinistra) e la nostra Carolina (a destra), che indossa un turbante Batika Boutique

Ma conosciamo meglio Batika e la sua storia… Com’è nato il nome Batika? “Arriva dall’India: lì la parola “tika” significa qualcosa di buon auspicio. Le persone ti dicono “tika” per augurarti qualcosa di bello. Mi è sembrato il termine giusto. Però non potevo solo chiamarla “Tika”. Cosi Andre e io abbiamo pensato di unirci il mio cognome per dare un’ impronta più personale. Io di cognome mi chiamo Baj, ho aggiunto “tika” e alla fine ecco che è venuta fuori “Batika””.

Nome stiloso come i bijoux e gli altri accessori che vendi, stilosa anche la regina di questo business: l’Ape. Ne hai comprata una nuova o usata? Ha dei costi importanti? “Ne abbiamo acquistata una nuova e poi grazie a un architetto abbiamo apportato sostanziali modifiche per poter esporre i gioielli. Trattandosi appunto di bijoux, occorreva doverli esporre in un certo modo, sia per una questione estetica che di sicurezza. Una designer poi ha studiato l’elemento ‘pois’ che ha subito fatto innamorare sia Andre che me e i colori. Inizialmente il colore doveva essere diverso, ma oggi non potrei essere più soddisfatta di questo azzurrino grigio. I costi non sono ridottissimi, ma nemmeno improponibili: se si tiene conto che l’Ape in sé è il vero costo fisso dell’azienda, è presto detto che rispetto a dover sostenere il costo continuo di un affitto o del mutuo per la locazione o l’acquisto di un immobile, il risparmio – almeno economico – è chiaro”.

l'Ape Batika Boutique

l’Ape Batika Boutique

Batika è nata come tanti progetti un po’ per caso o è un percorso di lunga data? “Né l’uno né l’altro… Batika è nata quando siamo stati pronti: non ci siamo lanciati in un progetto così dal nulla, ma non lo abbiamo neanche partorito in un decennio. Una mattina di giugno senza battage pubblicitario e senza sponsorizzazioni sui social, ho parcheggiato l’Ape vicino al cinema Orfeo (vicino a Parco Solari, ndr) dove siamo parcheggiati oggi ed è iniziata così l’avventura di Batika”.

In un paese come l’Italia, dove la burocrazia non è snellissima, come hai fatto per avere i permessi e per l’occupazione del suolo pubblico? È stato difficile? “No, per niente: ho fatto richiesta per la licenza di venditore ambulante e per l’assegnazione delle zone dove poter occupare il suolo pubblico. Sapevo che per ottenere i vari permessi ci sarebbe voluto un po’ di tempo, ma non ho avuto alcun problema. Né un ritardo, né una richiesta di integrazione documentale. Nulla. Le attestazioni sono arrivate nei tempi e ho iniziato subito a lavorare. Posso solo che complimentarmi”.

Qualche controllo da parte di qualche ente? Oppure mandati dalla concorrenza? “Un solo controllo dall’apertura a oggi: la polizia annonaria, che ha voluto visionare licenza e permessi e poi ci ha augurato buon lavoro! La concorrenza, intesa come negozi classici, non posso etichettarla come concorrenza vera e proprio: siamo realtà diverse e abbiamo clientele diverse. Sono sempre molto attenta però quando cerco parcheggio per l’ape. Evito di posizionarmi davanti a vetrine di negozi o troppo vicino ad altri venditori ambulanti, anche se di prodotti differenti. Sono dell’idea che con le persone basta essere chiari e disposti al compromesso e poi tutto va per il meglio”.

Una creativa come te, che ha un’anima sensibile e un gusto artistico pazzesco, cos’ha da spartire con il commercialista? “Il nostro rapporto si può identificare in una scatola di scarpe. Ci conosciamo da molto, quindi conosce anche i miei limiti legati a fatture e costi. E così ogni costo, fattura e ricevuta la ripongo nel mio vaso di Pandora – la scatola di scarpe – e quando c’è la scadenza gliela recapito: funziona perfettamente”.

Cambieresti mai il tuo lavoro di oggi con quello di prima? Tutto il giorno in piedi, esposta alle variazioni climatiche: massacrante, no? “Mai. Batika sono io: ho trovato la mia essenza. Da un anno a questa parte non ho più una vita privata: giornate interminabili, ri-ordini, studi, pubblicità e nuovi progetti, non ho tempo per nulla. E poi stare in piedi tutto il giorno ammazza. Ci vorrà del tempo per trovare un equilibrio, però sono molto felice e soddisfatta così, questa è la strada giusta”.

Da chi è composto il tuo staff? “Sono tutti professionisti validi, tra i quali si è creata una bellissima sinergia. Marta e io stiamo su strada a vendere, poi c’è Paolo, il nostro social media marketer, che ci assiste per tutta la parte social, foto e video. Infine, c’è mio marito Andre gestisce la parte pratica di conti guadagni e contabilità e poi è super presente ogni volta che può, per esempio la domenica. Scegliere le persone con cui lavorare è la parte difficile: per lavorare con Batika devi essere solare, sorridente, devi avere voglia di fare”.

Prima abbiamo parlato di India…: “L’India è il punto di partenza: i tessuti più belli sono lì, nella regione del Kashmir, l’oro e le lavorazioni dei gioielli anche. Per questo, la produzione dei miei accessori viene fatta in India. Due o tre volte l’anno mi trasferisco letteralmente in India per visionare la produzione, controllare il packaging. Insomma, vivo in fabbrica fino a che anche l’ultimo minuscolo pezzo è pronto per partire perfettamente imballato. Ci sono poi degli accessori invece che acquisto da piccolissime realtà artigianali, come le fasce turbanti”.

I gioielli Batika Boutique

I gioielli Batika Boutique

Anche Batika, come ogni realtà innovativa che si rispetti, è stata notata dal settore wedding…: “Sì, proprio l’altro giorno per la quarta volta una signora mi ha chiesto se posso confezionare dei regali unici per i suoi testimoni. Unici nel senso di diversi tra loro, ma mantenendo uno stesso file rouge, e che non si possano trovare facilmente in giro. Effettivamente quello che vedi da Batika, lo trovi solo qui. Ci possono essere alcune collezioni continuative, quindi dove si ripropone il gioiello per tutte le stagionalità, ma poi ci sono delle collezioni spot. Gioielli e accessori particolari “one shot”. Questi sono quelli ricercati da chi vuole qualcosa per il grande giorno: dalle fedi a qualcosa di azzurro, o i regali per testimoni e damigelle. Non ti nascondo che potrebbe esserci anche in futuro un’idea legata solo al wedding…”.

Chissà forse una produzione dedicata? Rimaniamo in attesa… Intanto inseguite Alessandra e la sua Ape in giro per Milano e sulla loro pagina Facebook.

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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La signora degli anelli

Ogni anello che indosso ha per me un significato particolarissimo. Non particolarmente amante del genere, mi sono ritrovata nel corso del tempo a indossarne cinque: c’è il primo che mi ha regalato Teo appena messi insieme; poi c’è quello in pietra infilatomi al dito in mezzo ad Alexanderplatz a Berlino; poi ce n’è un altro, semplicissimo, che Teo comprò da un venditore ambulante a uno dei nostri tornei di beach volley; e ancora, quello con il cuore rosso smaltato che abbiamo comprato a Pitigliano quest’estate. E infine, c’è quello che racchiude tutta la mia famiglia, i valori per me importanti: è un rosario del Santuario della Madonna di Monte Berico, cui erano devotissimi i miei nonni paterni, regalatomi da mia sorella qualche anno fa. È usurato e consunto e rovinato e brutto, ma senza mi sento nuda. A dire il vero, senza ognuno dei miei anelli mi sento a disagio: una volta, già sulla via per le vacanze, son tornata indietro a casa a prendere il mio anellino d’argento perché senza non ero tranquilla.

Fatto sta che l’altra mattina, uscendo di casa, dopo un po’ mi accorgo di non averlo indosso, ma sono serena perchè convinta di averlo lasciato a casa. Dopo poco mi chiama Teo, dicendomi di averlo lui tra le mani, dopo averlo ritrovato sulla banchina della stazione: lì per lì, ho pianto di gioia. Per diversi motivi: avrei potuto perderlo per sempre, se il caso non avesse voluto che quel giorno entrambi avessimo dovuto prendere il treno. Ma soprattutto tra tutti coloro che potevano appropriarsene (o forse no, visto il poco valore e quanto è rovinato), quest’anello è stato raccolto dall’unico che poteva riconoscerlo e ritrovarlo. L’unico che conosce il valore e i valori racchiusi in quel pezzettino di metallo: è come se mi fosse stato regalato per la seconda volta. Era l’unico anello che non mi era stato donato da Teo, ma ora è come se lo fosse, come se fosse una riprova che lui fa parte della mia famiglia, che lui è la mia famiglia. Le cose non capitano mai per caso.

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#StartupMonAmour – Grammo Milano: un atelier di… biscotti!

start up mon amour

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di Grammo Milano: un atelier dedicato ai… biscotti. Entrare qui significa entrare in una location fatta di spazi lineari, di colori tenui, di oggetti di design. Di profumo di biscotti appena sfornati. Una location dove i più famosi biscotti artigianali personalizzati del momento sono i protagonisti indiscussi insieme a Marta e Paolo, i due founder del progetto. Così, tra un biscotto e una risata, Marta Sangalli racconta la sua favola a Carolina: come è stata pensata, la sua evoluzione, fino alla reale concretezza di un laboratorio, di dipendenti e di un prodotto di qualità finito.

Marta Sangalli

Marta Sangalli

Che cos’è e come nasce Grammo Milano? “Grammo, questa la vera ‘brand identity’ regolarmente depositata (Milano è stato apposto solo successivamente per fornire una geolocalizzazione), è nato proprio come una ricetta di pasticceria. Tanti ingredienti, un’idea, la voglia di realizzarla e tanta ma tanta precisione. Tra il 2013 e il 2014 le prime idee, subito dopo le prime prove: biscotti e biscottini sfornati in modalità casalinga. Poi il mio licenziamento dopo una laurea in Economia e 12 anni di carriera come account. Poi finalmente Grammo!”.

Come avete scelto il nome? “Non è stata una scelta casuale: abbiamo fatto uno studio approfondito sulla brand identity. Grammo per noi è una parola bellissima: inizialmente, appena scelta, non eravamo convinti, poi continuando a usarla, sentirla e risentirla, ci siamo innamorati. Racchiude in sé gli elementi principali della pasticceria e della cucina. Le ricette e gli ingredienti si misurano in grammi. È proprio l’elementarità. E poi richiama la precisione. Soprattutto in pasticceria è questione di grammi, a volte. Se cambi qualche grammo di qualche ricetta, cambia la ricetta stessa. E poi è bello che sia un vocabolo semplice, di semplice pronuncia anche in altre lingue!”.

Ma di cosa vi occupate esattamente? “Grammo oggi realizza biscotti e confetti personalizzati per accompagnare ogni passo della storia del cliente (dichiarazione d’amore, matrimonio, nascita di un figlio, compleanno di amici)… ma anche una semplice giornata come tante! Come recita il mio motto: “Fai in modo che il tuo cliente sia l’eroe della tua storia”.

Grammo Milano

Grammo Milano

Marta abbiamo un problema, secondo me: i vostri biscotti sono troppo belli per essere mangiati. È un supplizio anche solo toglierli dalla confezione… “No, dai… speriamo che li mangino! Il riscontro più bello che possiamo avere è che vengano mangiati e piacciano. Ormai ci sono i social per postare la foto, quindi possono postare le foto, taggarci e poi mangiarseli! Tra l’altro, oltre agli ingredienti di alta qualità che utilizziamo, anche i coloranti per le grafiche sono tutti di origine italiana, certificati uso alimentare e la quantità utilizzata è davvero ridotta. Non c’è colorante all’interno del prodotto come avviene invece in tantissimi prodotti di largo consumo”.

Quando ho acquistato i biscotti per il baby shower della mia amica ho trovato dei gusti particolarissimi: Vaniglia Bourbon o Cioccolato Valrhona. Sarà sicuramente che sono pessima ai fornelli, ma anche facendo delle ricerche, ho trovato che siano delle scelte molto ricercate. Ulteriore garanzia di qualità? “La Vaniglia Bourbon del Madagascar, dopo la Vaniglia di Tahiti, è la seconda migliore vaniglia in commercio al mondo. Non utilizziamo nei biscotti le fialette, le essenze di aromi artificiali o la vanillina. Non usiamo surrogati, ma solo prodotto reale. Il Cioccolato Valrhona, invece, prende il nome dalla cittadina francese, famosissima appunto per il cioccolato prestigiosissimo. Il nostro biscotto non è stato pensato solo per un impatto estetico: il nostro obiettivo è che siano qualitativamente buoni”.

Un biscotto è per sempre: e del settore wedding che ci dici? “Sin dall’inizio abbiamo pensato che Grammo potesse inserirsi bene in quest’ambito. Ho partecipato a molti matrimoni, Paolo forse meno, ed è inutile negarlo: a volte alcune bomboniere risultano fuori luogo e di cattivo gusto. Non è neanche corretto imporre un oggetto che nulla ha a che vedere con lo stile e i gusti dell’invitato o del testimone. Così abbiamo pensato: perché non rendere il biscotto stesso una bomboniera? Puoi personalizzarlo per gusto, forma, colore, scritta. Poi lo mangi. Sparisce e rimane il ricordo”.

Un episodio, un aneddoto particolare riguardo a un matrimonio che ti è rimasto nel cuore? “Uno dei lavori wedding più belli che ricordo è il matrimonio di Laura. Cliente, oggi amica, al suo secondo matrimonio, ha scelto i nostri biscotti sia come bomboniere che come regalo testimone. Laura per passione è una vignettista. Ha creato lei le vignette che poi noi abbiamo trasportato su biscotto, creandone la grafica. Una vignetta simpatica ovviamente in tema matrimonio per tutti gli invitati. Per le testimoni invece ha fatto confezionare quattro scatole e in ogni scatola su un biscotto c’era la vignetta dedicata a lei e alla testimone, giocando e ironizzando sulle caratteristiche di ciascuna. È stato un matrimonio bellissimo e anche il risultato delle grafiche è stato stupendo”.

Le bomboniere realizzate per il matrimonio di Laura

Le bomboniere realizzate per il matrimonio di Laura

Ma vedo anche questi vasetti pieni di confetti: non dirmi che vi occupate anche di questi! “Siamo gli unici in Italia a personalizzare direttamente dragée e confetti di qualità superiore con coloranti di origine italiana garantiti per l’uso alimentare, gluten-free e privi di OGM. I confetti possono essere personalizzati con qualsiasi immagine, cifra, scritta o logo e in ogni tonalità di colore. La qualità altissima del confetto rende la personalizzazione ancora più esclusiva e l’esperienza di gusto indimenticabile”.

I confetti personalizzati firmati Grammo

I confetti personalizzati firmati Grammo

Marta, dopo 12 anni di contratto e lavoro dipendente, ti sei licenziata e ti sei buttata nel mondo del lavoro autonomo. Com’è stato l’approccio? Trauma vero o dolce sintonia? “Non riesco ancora a razionalizzare. Davvero non so come ho fatto. Taccio, è meglio (ride, ndr). Diciamo che non amo andare dal commercialista, ma il lato pratico mi piace. Molto”.

Grammo è nato anche grazie a un bando, vero? “Sì, Start Milano, che concedeva la possibilità di accedere a finanziamenti a tasso agevolato o contributi a fondo perso aprendo però ovviamente in zone determinate di Milano, da riqualificare. Abbiamo cominciato con step di formazione al cui interno c’erano altri step di selezione, in cui i partecipanti venivano scremati. Da più o meno 1000 progetti presentati, alla fase finale siamo rimasti in 200 e poi il Comune ha finanziato 79 progetti, tra cui Grammo! La cosa bella del bando è stato non solo averlo vinto ed essere stati finanziati, ma anche aver avuto un tutor che mi ha formato e supportato, dandomi qualche dritta. Del resto, venendo da una formazione di tipo dipendente, alcuni meccanismi mi erano sconosciuti, anche se elementi come budget e forecast erano il mio pane quotidiano nella mia vita di account. Quando ti dico che non so come è avvenuto l’approccio al mondo del lavoro autonomo, è perché mi sono buttata. La verità è questa. L’ho vissuta con un po’ di incoscienza: lasciare un posto sicuro con un’entrata fissa al mese non è stato semplice, ma sicuramente è stato il momento giusto. Probabilmente se non mi fossi buttata, oggi sarei ancora in azienda”.

L’atelier di biscotti: come è visto dai clienti o percepito in zona (si trova in Via Bessarione 7, zona Corvetto)? “Non tutti capiscono questo concetto di pasticceria innovativa che cerchiamo di proporre. Grammo non è la pasticceria dove entri e trovi una serie di prodotti pronti e in larga scala. Grammo è produrre sul venduto, sulla richiesta di personalizzazione del cliente stesso. Noi siamo contenti se riusciamo a realizzare un biscotto qualitativo e che risponda alle esigenze grafiche ed emozionali del cliente stesso. È anche una questione di prezzi: non tutti capiscono che un prodotto acquistato da noi, con materiali di prima scelta, con grafiche personalizzate e con una gamma di packaging a scelta può essere un vero e proprio cadeau. Molti ce lo chiedono come pensierino che accompagna un regalo, ancora non riescono a dargli la giusta importanza, lo relegano sempre a quell’elemento un po’ povero e casalingo della cucina italiana. Però insomma forse devono imparare a conoscerci ancora! Che ridere, una mattina ho sentito una signora che davanti alla vetrina diceva: “Qui organizzano matrimoni…”.

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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#Fiabecontroilcancro: la fiaba di Matteo

Matteo lo conoscete tutti, è il mio fidanzato. È il mio grande amore, la mia famiglia, il mio tutto. È giovane, bello, spigliato, volitivo, sempre sorridente e… malato. Brutto da dirsi, ma sì, Teo è malato. Di cancro. Da dieci anni. Potrebbero sembrare pochi, ma da giovani, nel periodo in cui ci si dovrebbe costruire una vita e invece la vita ti impegna nella lotta contro la morte, sono tantissimi. Dieci anni in cui la sua voglia di vivere e di andare avanti hanno fatto tutta la differenza, insieme alla ricerca scientifica. Teo ora è impegnato con la chemio, una compagna che non lo abbandonerà mai più e che gli dà già un bel pensiero e del filo da torcere, ma si è messo in testa che questo non può totalizzare la sua vita. Perché ha un messaggio da lanciare: le avversità non mancano mai e condizionano immancabilmente la nostra vita, ma tutto si può affrontare, combattere e sconfiggere. Proprio come sta cercando di fare lui.

Per parlare agli altri, per gettare un seme di speranza in quante più vite possibili, un anno fa ha lanciato il progetto Fairitales, un portale dedicato alle storie belle, alla fiaba come portatrice di insegnamenti antichi, e ora sta per lanciare #Fiabecontroilcancro, un progetto che comprende la mostra fotografica ‘Alice e Peter: tra realtà e magia’, che verrà inaugurata domenica 6 novembre presso la Ex Dogana di Tornavento, in provincia di Varese, e una raccolta fondi tramite il portale Produzioni dal basso, che avrà come obiettivo la realizzazione del libro “Lo scoglio di Petra”, una fiaba illustrata sul tema della malattia, di cui parte del ricavato sarà destinato come donazione ad Airc per la ricerca scientifica. Perché se ripercorre la sua storia, non può dimenticare – non possiamo dimenticare – il momento in cui la sua oncologa gli disse: “Per il tuo tipo di cancro, è disponibile un farmaco, che è appena stato brevettato e che fino a pochi anni fa non esisteva. Sei fortunato”. E se possiamo dirci fortunati in tutta questa grande sfiga è solo perché la ricerca ha fatto passi da gigante e vogliamo dare il nostro piccolo contributo affinchè continui a salvare quante più vite possibili.

Ecco, per realizzare qualcosa di grande, abbiamo bisogno concretamente di tutti voi. E la cosa bella è che per fare qualcosa di grande, spesso basta così poco. Perciò, vi aspettiamo alla presentazione del progetto e all’inaugurazione della mostra fotografica domenica 6 a Tornavento (qui il programma) e poi sulla piattaforma Produzioni dal basso per dare il contributo al progetto di crowdfunding, che aprirà proprio domenica pomeriggio, in contemporanea con l’inaugurazione della mostra. Se Teo, se noi siamo arrivati fino a qui, è anche per merito vostro e del vostro calore: non abbandonateci ora, continuate a camminare con noi! Vi aspettiamo!

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