#StartupMonAmour – Wishtagger, il social network dei desideri

start up mon amour

Prosegue con la seconda puntata il progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Oggi la nostra Carolina ci parla di Wishtagger, una piattaforma dedicata al social gifting, una community di persone e un aggregatore di desideri, con l’obiettivo di seguire le persone nel processo di condivisione e scambio dei regali, accompagnandole dalla fase di ricerca e ispirazione, fino all’acquisto da mobile o web. L’idea è venuta a Cecilia Menarini, che a Carolina si racconta così. Ecco la loro chiacchierata.

Cecilia Menarini, founder di Wishtagger

Cecilia Menarini, founder di Wishtagger

Parlaci un po’ di te e di come ti è venuta quest’idea…: “Tutta la mia vita, il mio percorso di crescita e maturazione personale, è il frutto di una serie di eventi alla ‘sliding doors’, improvvisi, talvolta subiti. Dopo una laurea in Psicologia, inizio un percorso psicoanalitico che però interrompo per trasferirmi da Firenze a Milano. Ricomincio da zero investendo in un Master, entro a lavorare nell’organizzazione di un’azienda, per poi ritrovarmi a risolvere il problema di una posizione vacante nel Marketing; con il tempo mi appassiono a questo nuovo ruolo e sono felice di poter ascoltare e ‘leggere’ le persone non più solo da un punto di vista umano-psicologico, ma anche comprendendo i loro bisogni quotidiani di consumo. Decido quindi di fare domanda per un MBA a Stanford, tuttavia non va in porto quindi metto in pista un piano di emergenza, che diventa una crociata personale contro un sistema che mi aveva rifiutata. Insomma, oggi posso dire di essere un’esponente vivente della teoria del caos, e Wishtagger è uno dei risultati di questa serie di imprevisti e probabilità”.
Wishtagger è un po’ un social?: “Sì, le caratteristiche sia social che funzionali di Wishtagger lo rendono uno strumento mobile always-on in grado di dare voce e rispondere a bisogni tanto pragmatici quanto di condivisione comunitaria più pura. Proprio per questa sua grande versatilità, Wishtagger può essere usato da target di persone molto differenti e in diverse occasioni, tra cui anche la lista nozze e le feste di matrimonio”.

Wishtagger

Wishtagger

Mobile always –on significa che si può scaricare un’applicazione per smartphone?: “Oggi non sono gli strumenti che determinano la nascita dei bisogni nelle persone e raramente ne guidano le abitudini; al contrario è la tecnologia che con i propri servizi deve adattarsi in modo flessibile, il più possibile seamless, in ascolto, sempre disponibile, andando a intercettare la nascita dei bisogni ed erogando una risposta nel minor tempo possibile. Da qui la presenza di Wishtagger come risposta multipiattaforma, disponibile su smartphone e web, per garantire una risposta profilata sul momento di nascita dei wish”.
Da quanto tempo è online e come sta andando finora?: “Usciamo sullo store Apple per la prima volta nel 2013, con una prima versione 1.0. Abbiamo preferito fare outing anche se Wishtagger non era completo di tutte le funzionalità perché ci interessava iniziare a raccogliere i feedback degli utenti e maturare insight su come far evolvere il prodotto. Nei mesi successivi si sono avvicendati una serie di eventi proficui: a valle di un primo finanziamento da parte di un BA, il team si è consolidato, abbiamo affiancato ad iOS la versione Android, ci siamo integrati con oltre 20 major brands con partnership commerciali, abbiamo introdotto un sistema di peer-payment che si interfaccia con Paypal e Stripe – per dare servizio a collette e regali di gruppo – e siamo stati ammessi a FbStart, gettando un primo ponte con la Silicon Valley. La strada per le startup B2C è comunque molto più simile a una maratona che non a una 400 mt ostacoli: non è fatta di sprint, ma di resistenza e perseveranza. Al momento siamo in una fase di VC roadshow, per trovare la spinta che ci serve per percorrere in breve tempo le prossime miglia”.

Wishtagger

Wishtagger

Wishtagger è una startup innovativa, è stato facile accedervi non rientrando nella casistica della Camera di Commercio?: “A essere sincera non so rispondere a questa domanda: ha seguito tutta la procedura di iscrizione uno studio importante di commercialisti di Torino che da anni sta seguendo pro bono Wishtagger, e che ha preso parte al primo aumento di capitale, credono nel nostro progetto imprenditoriale. La procedura è durata un paio di mesi in tutto… Non la definirei una sfida”.
Consigli per le neospose o per qualcuno alla ricerca del regalo giusto?: “Con Wishtagger la nostra missione è essere ambasciatori dei desideri delle persone, aiutandole a intercettarli, esprimerli e diffonderli. Vogliamo offrire uno strumento integrato con la vita quotidiana e con i semplici gesti che viviamo, al servizio di uno scambio globale di speranze, sogni e desideri. La nostra convinzione è che dietro ogni desiderio vi sia sempre qualcosa di più di un oggetto tangibile: si celano un bisogno, una persona, una storia unica e ogni volta speciale. Noi vogliamo prendere parte a questa storia e renderla possibile. Quale migliore occasione dell’essere testimoni del realizzarsi di un sogno di una coppia che sta per sposarsi?”.
Pensi di espandere il progetto in modo internazionale?: “Prima di espanderci abbiamo sicuramente bisogno di consolidare la nostra presenza in Italia; per ora è prematuro preventivare se e quando l’internazionalizzazione avverrà. Quello che ho imparato negli anni è che le strade vanno ‘ascoltate’, senza precluderne nessuna col vizio dei pregiudizi, perché solo quando siamo davvero aperti riusciamo a comprendere quale sia quella che realmente risponde ai nostri bisogni”.

 

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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Un taglio col passato

L’emozione più grande per voi nell’ultimo periodo? Per me è stato un taglio di capelli. Sì, un gesto banale, ripetitivo, cadenzato dalla ricrescita della chioma, per qualcuno un momento di relax nella vita frenetica, per altri solo una scocciatura e un inutile esborso di soldi, comunque sia, per tutti un appuntamento usuale, per niente speciale con la propria bellezza e la cura di sé.

Ottobre

Teo si presenta davanti a me con il rasoio elettrico, deciso a far piazza pulita sulla testa della sua folta chioma, ai tempi lunga, lucente, di un bel nero corvino, dei capelli bellissimi. “Ma amore, han detto all’ospedale che con questa cura non dovresti perderli”, “Non mi interessa: già la chemio mi dà ansia, non voglio dover aver paura di trovarmi delle ciocche per le mani. Non ce la farei”. A quel punto, facendomi coraggio, mi sono armata del rasoio e ho rasato quasi a zero la sua testa. La chemio avrebbe fatto il resto: non abbiamo mai saputo se li avrebbe persi davvero, ma quello che so è che la cura ne ha spento lucentezza e salute, lo notavo dalla corta ricrescita mensile. Ogni mese, infatti, per tagliare la testa al toro e non dover soffrire nel vedere andata parte della sua bellezza, mi si ripresentava di fronte, chiedendomi di ripassare sulla cute come Attila, lasciando dietro la mia mano il nulla. Ogni volta era un colpo al cuore, perché voleva dire che il calvario ancora non era finito, ma se questo lo aiutava a stare meglio, allora stavo meglio anch’io. In parte soffriva molto di questa cosa: Teo ha sempre adorato i suoi capelli, gli piaceva variare i tagli, tenerli cortissimi o lunghi a seconda dell’umore, delle mode, della stagione. Averli dovuti rasare l’ha fatto stare male, perché per lui significava tornare a essere una sola cosa: un malato di cancro, come se fosse uno stigma. E non c’era verso di fargli capire che era comunque bello, che non li avrebbe comunque persi: la paura di aggiungere ulteriore dolore a quello già procurato dalla malattia era per lui insostenibile, memore del suo passato recente.

Giugno

“Vado dalla parrucchiera a vedere se ha posto”, “Sì, effettivamente quei capelli hanno bisogno di una sistemata. Si vede che te li ho tagliati io”. La tac è andata bene, queste cure sono finite. Dopo un’ora: “Ma sei già qua? Hai fatto presto”. E giù i lucciconi: perché vederlo con quel crestino, seppur niente di esageratamente scolpito o difficile da realizzare, significava che un primo passo verso la felicità lo avevamo fatto, che poteva ricominciare a essere un ragazzo ‘normale’ della sua età, che non avremmo dovuto passare l’estate dentro e fuori dall’ospedale. Ci siamo abbracciati forte.

Un semplice taglio di capelli, atteso come si attende di tornare in superficie quando si è sott’acqua: tornare a respirare dopo un periodo passato in apnea, ringraziare per qualcosa che diamo troppo spesso per scontato, sapore di libertà.

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#StartUpMonAmour – Solo donne: sposarsi, facendo beneficenza!

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Parte il progetto “Startup Mon Amour”, ideato da #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo, di cui vi ho parlato qui. Un viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, idee inusuali pensate e studiate da ragazzi giovani, cercando di capirne quali sono gli step che ne hanno consentito la fondazione e se in Italia esiste l’informazione necessaria a supporto della neo-imprenditoria in settori non ancora normati. A farci da Cicerone in questo mondo nuovo e intrigante, Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, founder di #giovaniconlapiva, una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup.

Quella scelta per cominciare quest’avventura è “Solo donne”, una cooperativa in provincia di Savona, nata con lo scopo di dare un’occasione lavorativa alle donne in stato di necessità: organizzando eventi, tra cui soprattutto matrimoni, si crea un fondo che viene reinvestito, creando borse lavoro per ragazze o donne in condizioni svantaggiate, indebolite da problemi fisici o psicologici. Una realtà fatta da donne per le donne, per cercare di creare una rete e far fronte comune al problema sempre più crescente e alla ribalta della cronaca nera della violenza sulle donne.

Ecco la chiacchierata tra Carolina e Lorenza Verney, presidentessa di “Solo donne”, di professione wedding & event planner.

Lorenza Verney, presidente di Solo donne

Lorenza Verney, presidente di Solo donne

Come sei riuscita a unire matrimonio e impegno sociale in un’unica iniziativa e soprattutto perché? “Matrimonio e impegno sociale sono due mie grandi passioni, l’organizzazione di eventi in fondo può spaziare in vari campi e rendere felici le persone in modi diversi, basta cambiare punto di vista”.
Come e da chi viene organizzato il matrimonio, nel caso in cui ci si rivolga alla tua cooperativa in rosa? “Il matrimonio viene organizzato direttamente dalla nostra cooperativa con il supporto di aziende che forniscono tutto il necessario per la buona riuscita dell’evento. Il nostro è un servizio completo, parte dall’ascolto delle esigenze degli sposi, cercando di soddisfarne ogni loro desiderio e finisce quando vediamo anche l’ultimo degli invitati andare via con il sorriso”.

Un buffet organizzato da Solo donne

Un buffet organizzato da Solo donne

Quante borse lavoro sei riuscita a istituire finora? “Sette, speriamo ovviamente che il numero possa crescere sempre di più a un ritmo costante. In fondo si tratta di aiutare qualcuno, se il numero cresce l’obiettivo è più vicino. Comunque, non solo creiamo borse lavoro, ma assumiamo anche queste donne in difficoltà all’interno del nostro organico”.
Progetti futuri? “Be’, ricordando che siamo in Liguria, con l’arrivo della bella stagione, Vorremmo poter organizzare sicuramente dei matrimoni in spiaggia, anche per poter collaborare con gli enti statali nel reimpiego di manodopera femminile e per mantenere puliti e in ordine i lidi. E chissà che così, qualcuno di nuovo non si interessi al nostro progetto…”.

Dettagli floreali

Dettagli floreali

Da un punto di vista amministrativo-burocratico, quando hai deciso di ‘buttarti’ nel settore wedding, sapevi già come gestire l’attività sotto il profilo contabile-fiscale, non essendo ancora molto normata la figura del wedding planner? “Effettivamente mi sono proprio buttata, basandomi sull’esperienza fatta nella gestione di altri eventi e cerimonie, poi ovviamente mi sono affidata a professionisti che potessero aiutarmi a districarmi in quello che spesso è un mondo caotico, di modo che non vi siano dubbi e le energie possano essere rivolte tutte al perseguimento dell’obiettivo”.
Qualche consiglio per chi intende intraprendere la carriera di wedding planner, quindi? “Come in ogni cosa, ci vuole passione e voglia di fare. Una parte importante di questo lavoro è l’ascolto dell’altro, requisito imprescindibile per poter far fronte a ogni necessità richiesta, e poi ovviamente, un certo gusto estetico”.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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Il momento giusto

Stamattina apro Facebook e mi imbatto in questa frase: “Quando il cambiamento non fa più paura, allora è il momento giusto”. Io che credo nelle coincidenze, nelle cose che capitano quando è ora, la prendo come una benedizione, come una conferma. Perché nell’ultimo periodo di cambiamenti ce ne sono stati e parecchi e spaventosi nella mia vita. Ma non ho (quasi) mai avuto paura. Non perché ero certa dell’esito positivo, non perché abbia i superpoteri o sia supersicura di me stessa, semplicemente perché accanto a me ho la persona giusta con cui affrontarli, semplicemente perché abbiamo così tanta voglia di vivere che la vita non può non ascoltare i nostri desideri.

Il sintomo che la paura non sta agendo, non sta erodendo lo scoglio della speranza, è quando si ricomincia a fare progetti: una persona impaurita è una persona immobile, che non guarda avanti, ma non si gode nemmeno il presente, che subisce quello che le succede senza margine d’azione. Per me e Teo si è appena chiuso un periodo durissimo, il primo capitolo della nostra vita a tre: io, lui e l’inquilino molesto, che abita vicino al suo cuore. Ancora non lo abbiamo sfrattato, ma diciamo che sta facendo le valigie e contiamo di mandarlo via a pedate nel culo il prima possibile. Non che non ci sia mai stato prima, è dieci anni che ci dà il tormento, ma le precedenti volte riuscivamo a farlo sparire al primo colpo; stavolta no, stavolta si è ripresentato con tutto l’esercito e ha preso stanza nel suo respiro.

Nonostante tutto, siamo andati avanti, con il sorriso quasi sempre, e abbiamo continuato a immaginare la nostra vita insieme, anche se per quanto non è dato sapere. Abbiamo continuato a fare progetti, progetti importanti, consapevoli del fatto che per noi sarà il triplo più difficile realizzarli rispetto ai nostri coetanei. Abbiamo in mente di trovarci una casetta tutta nostra, e presto cominceremo a cercarla; abbiamo in mente di sposarci, e presto cominceremo a organizzare il matrimonio; abbiamo in mente di diventare genitori, e presto cominceremo a provarci. Tutti sogni ‘normali’, che avevamo in mente già dall’inizio della nostra storia, ma che prima spaventavano un po’, forse per la giovane età, forse per la paura di non essere all’altezza, forse perché non avevamo la certezza che saremmo stati noi due, per sempre.

Ora di paure non ne ho più: sì, quella di non essere all’altezza è una costante della mia vita, ma poi mi rendo conto che, buttandomi, sono capace di fare tutto. Forse è il momento giusto per cambiare la mia vita, una volta ancora. Mantenendo però come costante te, calamita capace di scombussolare la mia vita e al tempo stesso, Nord che orienta il mio cammino.

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#giovaniconlapiva: e la Partiva Iva non avrà più segreti!

Carolina e Giacomo Casolo sono fratelli, ma questo è irrilevante. Quello che importa è che son giovani, con mille idee che frullano per la testa, di cui una diventata un progetto lavorativo in fase di decollo: nel 2015, infatti, hanno fondato il brand #giovaniconlapiva, una società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo. “Il nome gioca molto sullo slang usato oggi per parlare di Partita Iva (piva), ma anche sull’espressione per indicare il tipico broncio milanese – spiega Carolina, consulente fiscale e founder – E così riassume perfettamente l’idea di lavoro autonomo che oggi hanno i giovani”. Un brand nato inizialmente come semplice database di informazioni di natura contabile fiscale e del lavoro per i lavoratori autonomi, ma che con il tempo è diventato un punto di riferimento sicuro e chiaro nella giungla burocratica dell’amministrazione finanziaria italiana, in particolare per i giovani.

“Non solo ci rivogliamo a coloro che vogliono capire come muoversi all’interno del difficile mondo INPS per pratiche di maternità o infortunio o ancora comprendere i documenti utili ai fini Isee – prosegue Carolina – ma il nostro intento ora è di rivolgerci a tutte quelle nuove figure professionali ancora non inquadrate fiscalmente e civilmente in Italia, per aiutarle a cominciare la loro attività e poi gestire la contabilità”.

Soprattutto il mondo del wedding e degli eventi in generale è pieno di queste professioni – party planner, fashion blogger, personal shopper, flower designer, wedding planner – ancora poco normate e di cui la burocrazia scoraggia l’avvio: “Sul nostro sito, che è ora in aggiornamento, si trovano anche delle Smart guide dedicate a queste nuove professioni”.

Un progetto crossmediale, insomma, fatto da giovani per i giovani, che parla un linguaggio giovane e easy, portato avanti anche tramite diversi sottoprogetti collegati. Quali? In primis, con i programmi radio #giovaniconlapiva, tutti i giovedì dalle 11.30 alle 12 su Radio Globale (fm 89.7), e #730nonesolounorario, dedicata ai giovani dipendenti, tutti i lunedì alle 19.30 in streaming su Radio 23. Poi, con il progetto video #diariodiunaconsulente, una raccolta di videointerviste a figure professionali particolari o nuove, volto alla successiva creazione di smart guide fiscali. Infine, con i corsi di contabilità e amministrazione dedicati ai wedding planner, svolti all’interno di quelli organizzati e curati da Angelo Garini. Ma molto altro bolle in pentola: “In uscita abbiamo una rubrica in pillole dal titolo “Start up mon amour”, dedicata a proprio alle start up legate esclusivamente al wedding e sempre in quest’ambito, delle pillole smart per conoscere nuove realtà innovative e giovani, con breve inquadramento fiscale sempre dal taglio easy”.

Se volete conoscere meglio Carolina, Giacomo e il brand #giovaniconlapiva, non potete perdervi il cocktail party per festeggiare il primo anniversario di fondazione, che si terrà sabato 11 giugno dalle 18 in poi a Milano presso l’edificio 16 di Viale Sarca 336: siete tutti invitati, non mancate!

Il logo del brand

La founder Carolina Casolo

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Il dono più grande

“Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”. Ripetetele come un mantra. Anche se le avete già pronunciate sull’altare, anche se non le avete ancora pronunciate, anche se le vivete come la cosa più romantica. Certo lo è… ma cosa fareste se vi toccasse davvero tener fede a questa promessa? Per istinto di protezione o di pura sopravvivenza, di solito tendiamo a fermarci alle cose belle – nella gioia… nella salute… – senza pensare alle difficoltà che potrebbero capitare, ma se capitassero? Cosa fareste?

Irene non ci ha pensato su due volte. Irene per amore del suo grande amore, l’amore della sua vita, ha donato una parte di sé, fisicamente. Irene è Irene Vella, una giornalista in gambissima (suoi sono i servizi del programma “X Style” e “Verissimo” su Canale 5) e una scrittrice ironica e pungente, nonché un’amica: ci siamo conosciute per lavoro anni e anni fa e ora facciamo il tifo l’una per l’altra. La sua ultima creatura è il libro “Sarai regina e vincerai”, edito da Piemme edizioni, ora in tutte le librerie, che racconta la sua fiaba d’amore: quella tra lei e suo marito Luigi, un matrimonio, una figlia – Donatella, 17 anni – e poi il buio. Lui, sportivo, atletico, sanissimo, si sottopone a una visita: la diagnosi è insufficienza renale cronica e la prospettiva è la dialisi a vita. O un trapianto. La brutta notizia avrebbe potuto far crollare tutto. E invece. All’improvviso Irene scopre che le banalità che si dicono sul valore delle piccole cose o sulla fragilità della felicità, sono tutte drammaticamente vere. Ma è vero anche che l’amore ti dà risorse che non credevi di avere. Infatti la decisione viene da sé: donerà a Luigi un suo rene, affrontando la battaglia più difficile e vincendola, insieme. Tanto che è la prima donna italiana donatrice di rene ad avere avuto un figlio. Questa è la sua storia.

La cover del libro di Irene Vella “Sarai regina e vincerai”

Come mai questo titolo? “Ti rispondo con uno stralcio dal mio libro: «Quando avevo dieci anni, mia madre si presentò con un quadro di tricot che recitava: «Sarai regina e vincerai: tutte le cose che vorrai diventeranno realtà». Neanche la Disney aveva mai osato tanto. Il problema è che io ci ho creduto»”.
Cos’è per te la tua famiglia? “È la luce in fondo al tunnel, è la mia forza, la mia ancora di salvezza, tutto quello che sono lo devo alla gioia che mi danno i miei figli e mio marito, senza dimenticare i miei genitori che hanno messo dentro di me tutto l’amore che adesso sono in grado di trasmettere agli altri”.
Luigi: come hai capito anni e anni fa che era lui il tuo grande amore? “Io l’ho capito subito, anche se era la terza volta che ci presentavano. Quando dopo qualche giorno che stavamo insieme mi ha detto: “Sappi che se tu dovessi rimanere incinta e fosse un maschietto, io vorrei chiamarlo Gabriele come zio”. Lui non poteva immaginare che io anni prima avessi perso il mio adorato cugino/fratello per un incidente stradale, si chiamava Gabriele. Avevo giurato a me stessa che mio figlio avrebbe portato il suo nome… Lì ho capito in un secondo che lui era quello giusto, quale maschio di 28 anni pensa ai suoi futuri figli la prima settimana che esce con te?”.
Dalla comunione dei beni alla comunione dei reni: ma come ti è venuto in mente di donare una parte di te a tuo marito, oggi che nemmeno più tra coniugi ci si dona una carezza? “Ti rispondo con una frase del libro: “Poi è arrivato Luigi che in un giorno di gennaio mi ha abbracciato così forte che tutti i pezzi rotti si sono attaccati di nuovo insieme. Come per magia. Ed ho capito di non aver mai amato per davvero. Ed ho capito di non essere mai stata amata per davvero. Perché la verità è una sola: se ti ama ti viene a prendere. Ovunque tu sia. Ti trova e non ti lascia più. Luigi mi ha scelto, ha voluto me e tutti i miei difetti, il mio disordine, la mia gelosia retroattiva e futura, il mio amore per lui matto e disperatissimo”.
Esito della diagnosi di Luigi: disfunzione renale. Cosa provasti? “Ho avuto paura di perderlo, ho avuto paura che il mio principe azzurro mi lasciasse da sola nel mio castello, che senza di lui non avrebbe più avuto motivo di esistere. Ho odiato tutto e tutti, me la sono presa con il mondo e l’unica domanda che riuscivo a pormi era: Perché noi? Perché lui? Poi mi è bastato fare un giro nell’ospedale per capire di essere anche fortunata, noi avevamo una soluzione: dialisi e trapianto. Per altre malattie non ci sono soluzioni. Quindi mi sono rialzata, ho pianto tutte le mie lacrime e ho deciso di combattere sempre con il sorriso”.
Hai mai avuto paura che il trapianto non potesse funzionare, che il tuo gesto fosse andato invano? “Quello mai, io sono una persona ottimista di natura. Nemmeno per un secondo mi ha sfiorato l’idea”.
Sono passati 12 anni: oggi lo rifaresti? “Lo rifarei mille volte più una. È sempre stata la scelta giusta”.
Tu che l’hai fatto, sai spiegarci come si fa a tramutare in fatti “in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte”? “Con l’amore. La chiave di lettura è sempre quella. Se tu ami la persona con cui hai deciso di passare il resto della tua vita non puoi immaginare nemmeno per un secondo di rimanere senza. Luigi è il mio migliore amico, il mio amante, il mio amore, il padre dei miei figli. È la metà della mia mela. Noi ci amiamo, litighiamo, facciamo l’amore, ci tiriamo i piatti, e ci prendiamo in giro da sempre. Amore, dialogo e ironia, queste sono le chiavi di lettura per una vita coniugale serena. Almeno con noi ha funzionato”.
Com’è cambiata la tua vita dopo il trapianto? “A parte l’utilizzo quotidiano degli immunosoppressori, è uguale a prima. Anzi più bella, perché la viviamo con una consapevolezza diversa, la normalità è sottovalutata, tutti la danno per scontata quando c’è, come la felicità. Io amo la nostra quotidianità fatta di tazze per la colazione, tavole imbandite per le cene con i nostri amici e poter dare il bacio della buonanotte e del buongiorno ai miei figli. Sono una donna fortunata, mi accontento di poco”.
Cos’hai imparato da quell’episodio? “Che tutto può cambiare da un momento all’altro, per questo vivo la vita a mille, non voglio avere il rimpianto di non averla vissuta al massimo”.
Oggi ti senti un po’ regina? Puoi dire di aver vinto nella vita o ti manca ancora qualcosa per essere davvero felice? “No, io sogno che la mia vita continui così, vorrei solo che il “nostro” rene durasse per sempre… come un diamante. Perché la nostra “nocciolina” (così l’ho ribattezzato nel libro) è la nostra pietra preziosa”.
Sogni nel cassetto? “Visto che quando si sogna bisogna farlo in grande mi piacerebbe che la nostra storia diventasse un film, perché in realtà lo sembra davvero un pochino”.
Un consiglio alle giovani coppie all’ascolto? “Non smettete mai di litigare, parlare, fare l’amore. Se c’è un problema parlate, non lo tenete per voi, solo così si possono risolvere. E per le giovani coppie con figli piccoli di ritagliarsi sempre un po’ di spazio per continuare a essere fidanzati e non solo genitori, l’amore va coltivato. Ah, e sorridere. Sempre”.

Irene con la sua bellissima famiglia

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L’eternità in un istante

Tutti noi sin dalla nascita siamo proiettati nell’immortalità: a nessuno a nessuna età viene in mente che prima o poi, un giorno, non ci saremo più. Per questo tendiamo a procrastinare, a rimandare a domani quello che non abbiamo voglia di fare oggi, dicendo: “Tanto c’è tempo”. C’è tempo domani per scrivere quell’articolo che oggi non ho voglia di scrivere, per mettersi a dieta, per chiedere scusa, per progettare una vita insieme, per organizzare un matrimonio, per fare un figlio… C’è tempo domani, tanto abbiamo tutta la vita davanti. Un orizzonte di spazio infinito per tentare di essere felici, per provare a vivere. Che di solito la parola fine compare solo prima dei titoli di coda, e i titoli di coda in un’esistenza scorrono solo in prossimità di quella comune ai più come vecchiaia.

Ma se così non fosse? Se il destino volesse tirare il sipario e far finire lo spettacolo molto prima? Se a trent’anni tu fossi costretto a vivere, conoscendo già più o meno la data di scadenza? Se fossi costretto a consumarti, a darti tutto nel minor tempo possibile, cosa faresti? C’è chi si dispererebbe forse per tutto il tempo perso prima e rimarrebbe pietrificato dalla paura nell’attesa che la luce si spenga; e chi invece tenterebbe di sovvertire il destino, di provare a cambiare le carte in tavola, tentando di vivere fino in fondo, senza farsi poi troppe domande su cosa succederà domani. Perché domani potrebbe anche non arrivare mai.

“Non chiedo tanto: arrivare ai 50 anni e poi quello che deve succedere, succeda…”. “Eh, ci proviamo, vediamo…”. Una risposta poco incoraggiante, specialmente se tu hai 33 anni e a dartela è il tuo medico, che sa tutto della tua situazione, molto più di quello che sai tu. Potrebbe essere anche destabilizzante, indurti a non reagire più, a smettere di lottare, tanto se non posso sognare la vecchiaia, che differenza può fare un anno in più o in meno? E non è facile nemmeno per chi sta accanto: che coraggio ci vuole andare incontro a un destino così avverso, al fianco di colui che avresti abbracciato per tutta la vita, chiedendoti fino a quando durerà? Sarebbe più facile scappare via prima dal dolore, anche se non è così certo che si soffrirà di meno. Perché se un amore è grande, è impossibile stargli lontano, è più forte della paura di soffrire, della voglia a volte di fuggire.

Ieri ci hanno comunicato che la seconda tac di controllo è andata bene, che l’inquilino molesto pian piano sta facendo i bagagli, anche se ci vorrebbe davvero un miracolo perché se ne vada via del tutto. Noi stiamo lavorando per quel miracolo, per il nostro lieto fine, senza troppe aspettative. Una fiaba dai piedi per terra, amo definirla io. Ogni tre mesi avremo l’esame, un’occasione per capire, oltre a se le cure stanno facendo effetto, se stiamo agendo bene oppure no, se ci stiamo giocando tutte le nostre carte oppure no. Se ci sarà ancora tempo oppure no. A trent’anni non abbiamo un orizzonte infinito davanti, ma per ora abbiamo un orizzonte, e questo è ciò che conta. Di tre mesi in tre mesi proveremo a fare quello che i nostri coetanei di solito progettano a lunghissimo periodo. Non avendo a disposizione l’eternità, proveremo a racchiuderla in un istante dietro l’altro.

Perché “la vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi, canta, ridi, balla, ama, piangi e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”. Che di solito l’eternità ce la prefiguriamo così lontana, così immensa, ma poi sta tutta qui: in un attimo che valga la pena di essere vissuto, nel sorriso di chi vuole meritarsi istante dopo istante.

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Amore stra-ordinario

Tra le conoscenze – ma questa è quasi più un’amicizia – ho Irene, una collega conosciuta anni fa per un’intervista in una rivista per cui lavoravo, con la quale poi si è instaurato un bel rapporto, fatto di complicità e affinità. Una di queste è l’argomento del suo prossimo libro, di cui vi parlerò a breve in uno dei prossimi post, ovvero il grande amore che ha per suo marito, al quale ha donato non solo il suo tempo e due figli, ma anche una parte di se stessa: un rene, per evitargli la dialisi a vita. Una scelta ponderata, ma presa senza pensarci troppo e senza ripensamenti, onorando le promesse che fece al suo Luigi, ormai vent’anni fa, ma senza quasi rendersene conto.

Questo mi ha dato l’idea per lanciare un altro #sondaggiodellaFrancina su Facebook, ovvero: qual è stato il gesto d’amore più incredibile e straordinario che avete fatto nei confronti del vostro coniuge? O se ancora non vi è capitato di vivere situazioni di particolare difficoltà (e spero che non vi accada mai!), che cosa sareste disposte a fare per l’altro? Ancora una volta leggere le risposte è stata una rivelazione: coppie che magari non erano state messe alla prova dalla vita, ma che comunque erano pronte a investire tutto per il bene dell’altro, partendo dai piccoli gesti di ogni giorno.

Anche scegliere di non scappare davanti a un destino incerto, a un futuro zeppo di incognite, a una vita in cui una delle costanti sarà l’ospedale, la paura di non sapere l’esito, il terrore di rimanere soli è un gesto considerato eclatante agli occhi dei più. Anche ai miei nei giorni più difficili lo sembra, poi invece mi rendo conto che era l’unica scelta che potessi fare, l’unica strada da percorrere se quello che ci lega è amore davvero. Perché alla fine le decisioni che prendiamo, le scelte che facciamo non sono quasi mai dettate solo da quello che vogliamo, ma soprattutto da quello che sentiamo nel profondo: se l’amore c’è, le promesse si mantengono anche senza andare a riesumare il foglietto su cui le si aveva scritte. E soprattutto, anche la cosa più straordinaria appare normale, naturale agli occhi di chi la fa. Perché l’amore ha il potere di farci fare cose incredibili, di farci credere di essere invincibili e di riuscire anche a esserlo.

“Ho vissuto tre anni in un posto che odiavo” – Valeria
“Potrà sembrare retorica, ma credo di fare ogni giorno gesti semplici rendendoli straordinari. Per esempio, io odio stare al telefono, ma con il mio ragazzo riusciamo a sentirci al giorno più o meno quattro ore, pur vedendoci tutte le sere… Ok, non é un gesto eclatante, ma a me sembra un gesto stupendo perché fatto e affrontato per e con amore! Insomma, per me ogni gesto fatto per far star bene l’altro può essere definito straordinario!” – Stefania
“Nessun gesto eclatante, e non so nemmeno dire se e cosa sarei disposta a fare nel momento della prova… Però mi sono guardata con lui tutti gli episodi di Star Wars, Star Trek (non ho ancora capito come si scrive!), Ritorno al futuro… solo per renderlo felice! Faccio ancora una gran confusione con tutti i personaggi e i nomi, ma qualche battuta l’ho imparata e lui si illumina! La grandezza di un gesto si misura con un righello diverso in ogni relazione” – Serena
“Ho lasciato tutto per seguirlo in Toscana: lavoro, amici, famiglia. Ho lasciato tutto perché sapevo che ne sarebbe valsa la pena… e a oggi sceglierei ancora lui, sempre! E poi ho sopportato 13 ore di travaglio senza insultarlo per renderlo padre (vale anche questo come gesto, vero?!)” – Francesca R.
“Nessun gesto eclatante, l’ho accolto e amato da subito; da quando l’ho conosciuto e lui aveva mille problemi per la mancanza di sua madre morta alla sua nascita. L’ho amato quando a 38 anni mi sono ritrovata fuori da una sala operatoria dopo che il cardiochirurgo mi aveva detto che non mi assicurava di salvarlo. L’ho amato quando dopo un mese è tornato dalla riabilitazione e mi sembrava un nonnino. Abbiamo pianto insieme, sperato insieme, gioito insieme. L’ho amato nei giorni di musi lunghi e fatiche. L’ho perdonato quando sbagliava perché pensavo di avere bisogno a mia volta di essere perdonata . Insomma, ho sempre pensato alle promesse fatte davanti a Dio e l’ho amato e lo amo tuttora!” – Rosi
“Il gesto più grande è stato prendermi cura di Jacopo, “tirarlo fuori” dal suo essere orso, dal trascurarsi, dal non pensare a quanto sia bella come persona sia dentro che fuori. Da quando stiamo assieme mi sono sempre presa cura di lui, dal tagliarli la barba, i capelli, coccolarlo nel vero senso della parola, dallo spronarlo quando è giù, quando il lavoro è pesante, quando sportivamente parlando non si sente al massimo e invece ogni giorno mi impegno a renderlo speciale e importante. Lui è molto paziente nei miei confronti e il fatto di averlo sempre al mio fianco, soprattutto quando i problemi di salute mi assillano, dell’ansia di fare l’ennesima risonanza magnetica, e l’angoscia di un esito che spesso mi mette paura, è fondamentale ed è anche uno dei motivi che mi danno la forza di andare avanti e di essere sempre più consapevole del nostro rapporto e della scelta di convolare a nozze” – Francesca B.

Foto dal sito www.giornalettismo.com

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La consapevolezza di non sapere

C’è un detto che recita più o meno così: “Chi sa, fa. Chi non sa, insegna”. Mai come oggi lo trovo perfetto e calzante per me. Da qualche anno, infatti, son passata dall’altra parte della cattedra per parlare di un argomento che mi piace particolarmente e che pratico settimanalmente, ovvero scrivere un blog. Ho cominciato ormai quasi tre anni fa in una scuola media di provincia, per poi passare ai corsi per event planner organizzati dall’architetto dei sogni Angelo Garini, fino alla più recente esperienza durante Wedding update, la convention per chi lavora nel mondo del wedding organizzata da AV Communication a Napoli, dove sono stata invitata a tenere un workshop sull’importanza del blog all’interno di un sito aziendale per farsi conoscere e promuovere il proprio brand.

La mattinata è trascorsa nell’aula principale, dove si sono susseguiti una serie di importanti interventi: Giuseppe Rollino, sull’importanza della web reputation; Angelo Garini, che ha svelato i fondamentali per la creazione di un evento; Rosario Sorrentino, sull’importanza della programmazione neurolinguistica per una comunicazione efficace e Irene Gentile, sull’importanza del saper ascoltare per poter comunicare. Nel pomeriggio, invece, nelle varie aule si sono tenuti dei brevi seminari sul mondo digital e social, sulla comunicazione e sul mondo del wedding: tra questi, il mio. Aver già provato a fare un’esperienza non ti prepara mai all’emozione di una simile: l’aver già ‘insegnato’ non mi ha impedito di avere la tremarella alle gambe e la gola secca, quando ho dovuto cominciare a esporre davanti a più di cento persone. Persone che avevano scelto il mio corso (in contemporanea si svolgevano gli altri), che avevano scelto di ascoltare me: non potevo certo deluderli. In uno scambio diretto di opinioni e battute, in un dialogo amichevole e costante, mi sono resa conto che sono fortunata ad aver la possibilità di condividere con gli altri ciò che ho imparato fin qui, perché anch’io così ho la possibilità di imparare cose nuove: dalle loro domande, dai loro interventi, ho capito ancora di più dove posso migliorare, in cosa devo essere ancora più preparata. Mi sono messa a loro totale disposizione e ne sono uscita nuovamente rafforzata, nel mio essere e nella mia professione. E che soddisfazione poi ricevere i complimenti e le critiche post intervento: commenti che hanno aumentato la consapevolezza dei miei limiti e delle mie capacità, facendomi intravedere fin dove posso ancora spingermi e facendomi capire, però, di essere sulla strada giusta.

In aula durante il Wedding update

Perciò, grazie agli organizzatori di Wedding update per avermi scelta per quest’esperienza: formativa non solo per chi era lì ad aggiornarsi, ma anche per me. “So di non sapere”, disse un saggio molto tempo fa. E con questa forte consapevolezza, riparto da qui.

Sul palco con gli altri relatori

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