Xanax

“Chi ti farà piangere? Chi ti addormenterà? Chi userà lo sguardo tuo? Chi lo fa al posto mio? Io dove sarò?”.
Subsonica

Ultimamente, da un anno a questa parte, mi succede una cosa strana, che poi così strana non è: se non sono insieme a Teo, non riesco a dormire. O meglio, prendo sonno sì, ma dopo ore e ore di rigiramenti nel letto, per trovare una posizione, per respirare meglio, per scacciare i pensieri. Capita infatti che quando faccio tardi e lui non sta bene per via della cura, mi chieda di dormire a casa mia per non disturbarlo nel cuore della notte, mentre lui è già a letto. L’altra notte ero nel mio letto, quello da ‘nubile’, e nonostante non avessi pensieri e la stanchezza, non son riuscita a prendere sonno prima di due ore. Due ore infinite, in cui siccome non hai nulla da fare, poi i pensieri ti vengono per forza. Cominci a pensare ai pezzi da consegnare, alle fatture da fare, ai regali da comprare… e ti sale l’ansia, che ti chiude il naso, ti fa mancare il respiro, e il giorno dopo ti svegli più stanca della sera prima.

L’altra sera invece, nonostante la giornata sia stata una catastrofe, viste le innumerevoli beghe burocratiche abbandonate alle 19 senza una soluzione all’orizzonte, mi sono addormentata all’istante: io entro sotto le coperte, poi arriva lui, si infila e io mi appallottolo accanto a lui, abbracciandolo e appoggiando la mia testa sulla sua spalla spigolosa. Poi aggrovigliamo le gambe e ci scaldiamo a vicenda i piedi. Nonostante la scomodità, riesco a sempre a lasciarmi andare alla stanchezza e farmi sorprendere dal sonno: il mio battito si fa più quieto, la mia testa si svuota e cado in un sonno profondo, come vittima di un incantesimo. Poi quando spegne la tv, io mi giro di schiena, lui mi abbraccia da dietro e diventiamo un tutt’uno, il suo naso dentro i miei capelli, il suo respiro regolare dentro il mio, le sue braccia attorno alle mie. Qualche volta, lui dentro di me. Da lì in poi non ho ricordi, abbandono totale, nulla ha più importanza. Non dormivo così, credo, da quando ero bambina. E ho dormito così la notte prima del responso della Tac, la notte prima della consegna dell’ennesima chemio, la notte dei casini sul lavoro. Tutte le notti.

Lui ha il potere di quietarmi, di decelerarmi il battito, di farmi tornare in un luogo sicuro, come quando si è nel grembo di nostra madre e si sente tutto ovattato. Lui è il mio Xanax, mi chiedo cosa succederà quando non ne prenderò più. Sarò condannata a non dormire più per tutta la mia vita, certa però che quelle rare volte in cui chiuderò gli occhi, ci rincontreremo nei nostri sogni.

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Vedessi solo sole

Ho, abbiamo una vita precaria. Tutti in generale, ma nel particolare io e Teo. Da tempo mi interrogo sul senso che può avere un legame che presto o tardi si spezzerà. Tutti i legami son destinati a finire, per scelta o per destino. Ma quando sai che la spada che pende sulla tua testa ha un filo che non regge abbastanza da superare il tempo e lo spazio, cosa fai? C’è chi davanti a legami di questo genere, fugge per paura di soffrire. “Preferisco soffrire prima, quando scelgo di privarmene consapevolmente”. Sì, come se dopo sia facile far finta di non essersi mai conosciuti, di non essersi mai amati, di aver condiviso un pezzo di strada insieme. C’è chi sceglie di restare invece. E non è coraggio né tornaconto, solo voglia di esserci, di viversi fino in fondo. Come quando ti lanci a tutta velocità contro un muro consapevolmente: non è che prima dello schianto non hai una paura fottuta, anzi. Ma dopo la botta, ci sarà solo silenzio. Non sai se sopravvivrai, sai solo che ci sarà molto silenzio.

Io e Teo abbiamo preso casa. C’era un appartamentino nella via perpendicolare alla nostra, una vera occasione. Voleva che ne parlassimo e decidessimo in fretta perché poteva anche scappare via talmente era buona come occasione. Prendere casa è qualcosa di definitivo, di molto definitivo. È il farsi una promessa, ancor più che giurarsi amore eterno su un altare. Perché significa costruire qualcosa insieme, letteralmente, mettere su un mattone dopo l’altro, investire i risparmi di una vita lì. Potevo mai scrivere un ‘definitivo’ laddove c’è da sempre scritto e sempre ci sarà ‘precario’? Quella sera, Elisa mi chiarì la situazione, fugò ogni dubbio: “A un passo dal possibile, a un passo da te, paura di decidere, paura di me, di tutto quello che non so, di tutto quello che non ho. Eppure sentire nei fiori tra l’asfalto, nei cieli di cobalto c’è… Eppure sentire nei sogni in fondo a un pianto, nei giorni di silenzio c’è un senso di te”. In tutto quel dolore e quella sofferenza non avevo perso la voglia di sognare e si sa, che quando si è a un passo dal sogno si ha sempre un paura. Costruire il futuro quando tutto intorno si sta sgretolando non ha molto senso agli occhi della ragione, ma ha un senso perché dentro ci siamo noi.

Parlandone insieme, salta fuori che nella casa nuova ci andrebbero a vivere i miei suoceri, che ci lascerebbero la loro, “tanto a noi serve poco spazio, ormai”. Una bella dimostrazione d’affetto e di fiducia nel nostro futuro, mi son detta, “Qualcuno crede in noi, perché non dovrei farlo io?”. Poi, in privato con Teo, discutendo se fosse la soluzione giusta: “Stanno facendo uno sforzo emotivo grandissimo per noi, perciò mi piacerebbe che se mai succedesse qualcosa di male, ci tornassero a vivere loro qui”.

Ecco la doccia gelata, ecco la realtà che mi riporta coi piedi per terra: è una vita che mi sto allenando per rimanere sola. E anche lui lo sa. Ma sapete qual è la cosa che più mi piace di me, di noi? Che nonostante la paura fottuta, non ce ne frega niente, non riusciamo a non sognare, a non sperare. “Fare tutto come se vedessi solo sole”. Siamo diretti col piede schiacciato sull’acceleratore a 200 all’ora verso il destino: presto o tardi ci sarà lo schianto. Luce, e poi silenzio. Ma fa nulla: io e lui saremo insieme. Io non sarò sola. Mai.

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#Startupmonamour – Batika Boutique: un’Ape di gioiello!

start up mon amour

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di Batika Boutique, “scoperta mettendo un like su un post sponsorizzato su Facebook… Tre settimane dopo, ci siamo ritrovate io e Alessandra Baj, la titolare, a bere un tè caldo in una pasticceria di Milano, a pochi metri dalla sua Ape boutique: glamour e street allo stesso tempo”. Un’intervista che ha più il sapore di una chiacchierata tra amiche che si ritrovano dopo un lungo viaggio. In effetti il viaggio è stato lungo…

“Dopo anni di esperienza come titolare di un negozio di abbigliamento e prima ancora come commessa sempre nello stesso settore, ho capito che quella non era la mia strada: la rigidità degli orari, i lunghi periodi vuoti, gli obblighi di un commerciante classico non si fondevano con la mia anima creativa, la voglia di viaggiare alla ricerca di stili materiali e idee nuove. Così, dopo aver chiuso l’attività ed essermi confrontata con mio marito Andre, ho trovato la mia mission”.

Perché alla fine è una missione, la sua: ha importato dagli Stati Uniti la “pop up store” economy. Il ‘pop up store’ è un punto vendita di concezione relativamente recente, importato in Italia da una tendenza nata negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Un esercizio temporaneo, la cui durata può variare da pochi giorni a poco più di un mese. Benché piccoli e transitori, questi negozi sono spesso in grado di attirare l’attenzione dei consumatori. Essi compaiono in zone particolarmente in vista della città, proponendo le ultime novità e chiudendo improvvisamente, senza preavviso: l’obiettivo è quello di creare un evento effimero che si leghi a un messaggio temporaneo duraturo, specialmente nelle politiche di marketing delle grandi marche. “In realtà l’ho adattato. Il mio è un pop up store definitivo, non temporaneo ma permanente. La mia ape si sposta da una zona all’altra di Milano a seconda dei giorni, secondo una tabella di marcia ormai conosciuta dai clienti abituali”.

Alessandra, titolare di Batika Boutique, in mezzo a Marta (a sinistra) e la nostra Carolina (a destra), che indossa un turbante Batika Boutique

Alessandra, titolare di Batika Boutique, in mezzo a Marta (a sinistra) e la nostra Carolina (a destra), che indossa un turbante Batika Boutique

Ma conosciamo meglio Batika e la sua storia… Com’è nato il nome Batika? “Arriva dall’India: lì la parola “tika” significa qualcosa di buon auspicio. Le persone ti dicono “tika” per augurarti qualcosa di bello. Mi è sembrato il termine giusto. Però non potevo solo chiamarla “Tika”. Cosi Andre e io abbiamo pensato di unirci il mio cognome per dare un’ impronta più personale. Io di cognome mi chiamo Baj, ho aggiunto “tika” e alla fine ecco che è venuta fuori “Batika””.

Nome stiloso come i bijoux e gli altri accessori che vendi, stilosa anche la regina di questo business: l’Ape. Ne hai comprata una nuova o usata? Ha dei costi importanti? “Ne abbiamo acquistata una nuova e poi grazie a un architetto abbiamo apportato sostanziali modifiche per poter esporre i gioielli. Trattandosi appunto di bijoux, occorreva doverli esporre in un certo modo, sia per una questione estetica che di sicurezza. Una designer poi ha studiato l’elemento ‘pois’ che ha subito fatto innamorare sia Andre che me e i colori. Inizialmente il colore doveva essere diverso, ma oggi non potrei essere più soddisfatta di questo azzurrino grigio. I costi non sono ridottissimi, ma nemmeno improponibili: se si tiene conto che l’Ape in sé è il vero costo fisso dell’azienda, è presto detto che rispetto a dover sostenere il costo continuo di un affitto o del mutuo per la locazione o l’acquisto di un immobile, il risparmio – almeno economico – è chiaro”.

l'Ape Batika Boutique

l’Ape Batika Boutique

Batika è nata come tanti progetti un po’ per caso o è un percorso di lunga data? “Né l’uno né l’altro… Batika è nata quando siamo stati pronti: non ci siamo lanciati in un progetto così dal nulla, ma non lo abbiamo neanche partorito in un decennio. Una mattina di giugno senza battage pubblicitario e senza sponsorizzazioni sui social, ho parcheggiato l’Ape vicino al cinema Orfeo (vicino a Parco Solari, ndr) dove siamo parcheggiati oggi ed è iniziata così l’avventura di Batika”.

In un paese come l’Italia, dove la burocrazia non è snellissima, come hai fatto per avere i permessi e per l’occupazione del suolo pubblico? È stato difficile? “No, per niente: ho fatto richiesta per la licenza di venditore ambulante e per l’assegnazione delle zone dove poter occupare il suolo pubblico. Sapevo che per ottenere i vari permessi ci sarebbe voluto un po’ di tempo, ma non ho avuto alcun problema. Né un ritardo, né una richiesta di integrazione documentale. Nulla. Le attestazioni sono arrivate nei tempi e ho iniziato subito a lavorare. Posso solo che complimentarmi”.

Qualche controllo da parte di qualche ente? Oppure mandati dalla concorrenza? “Un solo controllo dall’apertura a oggi: la polizia annonaria, che ha voluto visionare licenza e permessi e poi ci ha augurato buon lavoro! La concorrenza, intesa come negozi classici, non posso etichettarla come concorrenza vera e proprio: siamo realtà diverse e abbiamo clientele diverse. Sono sempre molto attenta però quando cerco parcheggio per l’ape. Evito di posizionarmi davanti a vetrine di negozi o troppo vicino ad altri venditori ambulanti, anche se di prodotti differenti. Sono dell’idea che con le persone basta essere chiari e disposti al compromesso e poi tutto va per il meglio”.

Una creativa come te, che ha un’anima sensibile e un gusto artistico pazzesco, cos’ha da spartire con il commercialista? “Il nostro rapporto si può identificare in una scatola di scarpe. Ci conosciamo da molto, quindi conosce anche i miei limiti legati a fatture e costi. E così ogni costo, fattura e ricevuta la ripongo nel mio vaso di Pandora – la scatola di scarpe – e quando c’è la scadenza gliela recapito: funziona perfettamente”.

Cambieresti mai il tuo lavoro di oggi con quello di prima? Tutto il giorno in piedi, esposta alle variazioni climatiche: massacrante, no? “Mai. Batika sono io: ho trovato la mia essenza. Da un anno a questa parte non ho più una vita privata: giornate interminabili, ri-ordini, studi, pubblicità e nuovi progetti, non ho tempo per nulla. E poi stare in piedi tutto il giorno ammazza. Ci vorrà del tempo per trovare un equilibrio, però sono molto felice e soddisfatta così, questa è la strada giusta”.

Da chi è composto il tuo staff? “Sono tutti professionisti validi, tra i quali si è creata una bellissima sinergia. Marta e io stiamo su strada a vendere, poi c’è Paolo, il nostro social media marketer, che ci assiste per tutta la parte social, foto e video. Infine, c’è mio marito Andre gestisce la parte pratica di conti guadagni e contabilità e poi è super presente ogni volta che può, per esempio la domenica. Scegliere le persone con cui lavorare è la parte difficile: per lavorare con Batika devi essere solare, sorridente, devi avere voglia di fare”.

Prima abbiamo parlato di India…: “L’India è il punto di partenza: i tessuti più belli sono lì, nella regione del Kashmir, l’oro e le lavorazioni dei gioielli anche. Per questo, la produzione dei miei accessori viene fatta in India. Due o tre volte l’anno mi trasferisco letteralmente in India per visionare la produzione, controllare il packaging. Insomma, vivo in fabbrica fino a che anche l’ultimo minuscolo pezzo è pronto per partire perfettamente imballato. Ci sono poi degli accessori invece che acquisto da piccolissime realtà artigianali, come le fasce turbanti”.

I gioielli Batika Boutique

I gioielli Batika Boutique

Anche Batika, come ogni realtà innovativa che si rispetti, è stata notata dal settore wedding…: “Sì, proprio l’altro giorno per la quarta volta una signora mi ha chiesto se posso confezionare dei regali unici per i suoi testimoni. Unici nel senso di diversi tra loro, ma mantenendo uno stesso file rouge, e che non si possano trovare facilmente in giro. Effettivamente quello che vedi da Batika, lo trovi solo qui. Ci possono essere alcune collezioni continuative, quindi dove si ripropone il gioiello per tutte le stagionalità, ma poi ci sono delle collezioni spot. Gioielli e accessori particolari “one shot”. Questi sono quelli ricercati da chi vuole qualcosa per il grande giorno: dalle fedi a qualcosa di azzurro, o i regali per testimoni e damigelle. Non ti nascondo che potrebbe esserci anche in futuro un’idea legata solo al wedding…”.

Chissà forse una produzione dedicata? Rimaniamo in attesa… Intanto inseguite Alessandra e la sua Ape in giro per Milano e sulla loro pagina Facebook.

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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La signora degli anelli

Ogni anello che indosso ha per me un significato particolarissimo. Non particolarmente amante del genere, mi sono ritrovata nel corso del tempo a indossarne cinque: c’è il primo che mi ha regalato Teo appena messi insieme; poi c’è quello in pietra infilatomi al dito in mezzo ad Alexanderplatz a Berlino; poi ce n’è un altro, semplicissimo, che Teo comprò da un venditore ambulante a uno dei nostri tornei di beach volley; e ancora, quello con il cuore rosso smaltato che abbiamo comprato a Pitigliano quest’estate. E infine, c’è quello che racchiude tutta la mia famiglia, i valori per me importanti: è un rosario del Santuario della Madonna di Monte Berico, cui erano devotissimi i miei nonni paterni, regalatomi da mia sorella qualche anno fa. È usurato e consunto e rovinato e brutto, ma senza mi sento nuda. A dire il vero, senza ognuno dei miei anelli mi sento a disagio: una volta, già sulla via per le vacanze, son tornata indietro a casa a prendere il mio anellino d’argento perché senza non ero tranquilla.

Fatto sta che l’altra mattina, uscendo di casa, dopo un po’ mi accorgo di non averlo indosso, ma sono serena perchè convinta di averlo lasciato a casa. Dopo poco mi chiama Teo, dicendomi di averlo lui tra le mani, dopo averlo ritrovato sulla banchina della stazione: lì per lì, ho pianto di gioia. Per diversi motivi: avrei potuto perderlo per sempre, se il caso non avesse voluto che quel giorno entrambi avessimo dovuto prendere il treno. Ma soprattutto tra tutti coloro che potevano appropriarsene (o forse no, visto il poco valore e quanto è rovinato), quest’anello è stato raccolto dall’unico che poteva riconoscerlo e ritrovarlo. L’unico che conosce il valore e i valori racchiusi in quel pezzettino di metallo: è come se mi fosse stato regalato per la seconda volta. Era l’unico anello che non mi era stato donato da Teo, ma ora è come se lo fosse, come se fosse una riprova che lui fa parte della mia famiglia, che lui è la mia famiglia. Le cose non capitano mai per caso.

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#StartupMonAmour – Grammo Milano: un atelier di… biscotti!

start up mon amour

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di Grammo Milano: un atelier dedicato ai… biscotti. Entrare qui significa entrare in una location fatta di spazi lineari, di colori tenui, di oggetti di design. Di profumo di biscotti appena sfornati. Una location dove i più famosi biscotti artigianali personalizzati del momento sono i protagonisti indiscussi insieme a Marta e Paolo, i due founder del progetto. Così, tra un biscotto e una risata, Marta Sangalli racconta la sua favola a Carolina: come è stata pensata, la sua evoluzione, fino alla reale concretezza di un laboratorio, di dipendenti e di un prodotto di qualità finito.

Marta Sangalli

Marta Sangalli

Che cos’è e come nasce Grammo Milano? “Grammo, questa la vera ‘brand identity’ regolarmente depositata (Milano è stato apposto solo successivamente per fornire una geolocalizzazione), è nato proprio come una ricetta di pasticceria. Tanti ingredienti, un’idea, la voglia di realizzarla e tanta ma tanta precisione. Tra il 2013 e il 2014 le prime idee, subito dopo le prime prove: biscotti e biscottini sfornati in modalità casalinga. Poi il mio licenziamento dopo una laurea in Economia e 12 anni di carriera come account. Poi finalmente Grammo!”.

Come avete scelto il nome? “Non è stata una scelta casuale: abbiamo fatto uno studio approfondito sulla brand identity. Grammo per noi è una parola bellissima: inizialmente, appena scelta, non eravamo convinti, poi continuando a usarla, sentirla e risentirla, ci siamo innamorati. Racchiude in sé gli elementi principali della pasticceria e della cucina. Le ricette e gli ingredienti si misurano in grammi. È proprio l’elementarità. E poi richiama la precisione. Soprattutto in pasticceria è questione di grammi, a volte. Se cambi qualche grammo di qualche ricetta, cambia la ricetta stessa. E poi è bello che sia un vocabolo semplice, di semplice pronuncia anche in altre lingue!”.

Ma di cosa vi occupate esattamente? “Grammo oggi realizza biscotti e confetti personalizzati per accompagnare ogni passo della storia del cliente (dichiarazione d’amore, matrimonio, nascita di un figlio, compleanno di amici)… ma anche una semplice giornata come tante! Come recita il mio motto: “Fai in modo che il tuo cliente sia l’eroe della tua storia”.

Grammo Milano

Grammo Milano

Marta abbiamo un problema, secondo me: i vostri biscotti sono troppo belli per essere mangiati. È un supplizio anche solo toglierli dalla confezione… “No, dai… speriamo che li mangino! Il riscontro più bello che possiamo avere è che vengano mangiati e piacciano. Ormai ci sono i social per postare la foto, quindi possono postare le foto, taggarci e poi mangiarseli! Tra l’altro, oltre agli ingredienti di alta qualità che utilizziamo, anche i coloranti per le grafiche sono tutti di origine italiana, certificati uso alimentare e la quantità utilizzata è davvero ridotta. Non c’è colorante all’interno del prodotto come avviene invece in tantissimi prodotti di largo consumo”.

Quando ho acquistato i biscotti per il baby shower della mia amica ho trovato dei gusti particolarissimi: Vaniglia Bourbon o Cioccolato Valrhona. Sarà sicuramente che sono pessima ai fornelli, ma anche facendo delle ricerche, ho trovato che siano delle scelte molto ricercate. Ulteriore garanzia di qualità? “La Vaniglia Bourbon del Madagascar, dopo la Vaniglia di Tahiti, è la seconda migliore vaniglia in commercio al mondo. Non utilizziamo nei biscotti le fialette, le essenze di aromi artificiali o la vanillina. Non usiamo surrogati, ma solo prodotto reale. Il Cioccolato Valrhona, invece, prende il nome dalla cittadina francese, famosissima appunto per il cioccolato prestigiosissimo. Il nostro biscotto non è stato pensato solo per un impatto estetico: il nostro obiettivo è che siano qualitativamente buoni”.

Un biscotto è per sempre: e del settore wedding che ci dici? “Sin dall’inizio abbiamo pensato che Grammo potesse inserirsi bene in quest’ambito. Ho partecipato a molti matrimoni, Paolo forse meno, ed è inutile negarlo: a volte alcune bomboniere risultano fuori luogo e di cattivo gusto. Non è neanche corretto imporre un oggetto che nulla ha a che vedere con lo stile e i gusti dell’invitato o del testimone. Così abbiamo pensato: perché non rendere il biscotto stesso una bomboniera? Puoi personalizzarlo per gusto, forma, colore, scritta. Poi lo mangi. Sparisce e rimane il ricordo”.

Un episodio, un aneddoto particolare riguardo a un matrimonio che ti è rimasto nel cuore? “Uno dei lavori wedding più belli che ricordo è il matrimonio di Laura. Cliente, oggi amica, al suo secondo matrimonio, ha scelto i nostri biscotti sia come bomboniere che come regalo testimone. Laura per passione è una vignettista. Ha creato lei le vignette che poi noi abbiamo trasportato su biscotto, creandone la grafica. Una vignetta simpatica ovviamente in tema matrimonio per tutti gli invitati. Per le testimoni invece ha fatto confezionare quattro scatole e in ogni scatola su un biscotto c’era la vignetta dedicata a lei e alla testimone, giocando e ironizzando sulle caratteristiche di ciascuna. È stato un matrimonio bellissimo e anche il risultato delle grafiche è stato stupendo”.

Le bomboniere realizzate per il matrimonio di Laura

Le bomboniere realizzate per il matrimonio di Laura

Ma vedo anche questi vasetti pieni di confetti: non dirmi che vi occupate anche di questi! “Siamo gli unici in Italia a personalizzare direttamente dragée e confetti di qualità superiore con coloranti di origine italiana garantiti per l’uso alimentare, gluten-free e privi di OGM. I confetti possono essere personalizzati con qualsiasi immagine, cifra, scritta o logo e in ogni tonalità di colore. La qualità altissima del confetto rende la personalizzazione ancora più esclusiva e l’esperienza di gusto indimenticabile”.

I confetti personalizzati firmati Grammo

I confetti personalizzati firmati Grammo

Marta, dopo 12 anni di contratto e lavoro dipendente, ti sei licenziata e ti sei buttata nel mondo del lavoro autonomo. Com’è stato l’approccio? Trauma vero o dolce sintonia? “Non riesco ancora a razionalizzare. Davvero non so come ho fatto. Taccio, è meglio (ride, ndr). Diciamo che non amo andare dal commercialista, ma il lato pratico mi piace. Molto”.

Grammo è nato anche grazie a un bando, vero? “Sì, Start Milano, che concedeva la possibilità di accedere a finanziamenti a tasso agevolato o contributi a fondo perso aprendo però ovviamente in zone determinate di Milano, da riqualificare. Abbiamo cominciato con step di formazione al cui interno c’erano altri step di selezione, in cui i partecipanti venivano scremati. Da più o meno 1000 progetti presentati, alla fase finale siamo rimasti in 200 e poi il Comune ha finanziato 79 progetti, tra cui Grammo! La cosa bella del bando è stato non solo averlo vinto ed essere stati finanziati, ma anche aver avuto un tutor che mi ha formato e supportato, dandomi qualche dritta. Del resto, venendo da una formazione di tipo dipendente, alcuni meccanismi mi erano sconosciuti, anche se elementi come budget e forecast erano il mio pane quotidiano nella mia vita di account. Quando ti dico che non so come è avvenuto l’approccio al mondo del lavoro autonomo, è perché mi sono buttata. La verità è questa. L’ho vissuta con un po’ di incoscienza: lasciare un posto sicuro con un’entrata fissa al mese non è stato semplice, ma sicuramente è stato il momento giusto. Probabilmente se non mi fossi buttata, oggi sarei ancora in azienda”.

L’atelier di biscotti: come è visto dai clienti o percepito in zona (si trova in Via Bessarione 7, zona Corvetto)? “Non tutti capiscono questo concetto di pasticceria innovativa che cerchiamo di proporre. Grammo non è la pasticceria dove entri e trovi una serie di prodotti pronti e in larga scala. Grammo è produrre sul venduto, sulla richiesta di personalizzazione del cliente stesso. Noi siamo contenti se riusciamo a realizzare un biscotto qualitativo e che risponda alle esigenze grafiche ed emozionali del cliente stesso. È anche una questione di prezzi: non tutti capiscono che un prodotto acquistato da noi, con materiali di prima scelta, con grafiche personalizzate e con una gamma di packaging a scelta può essere un vero e proprio cadeau. Molti ce lo chiedono come pensierino che accompagna un regalo, ancora non riescono a dargli la giusta importanza, lo relegano sempre a quell’elemento un po’ povero e casalingo della cucina italiana. Però insomma forse devono imparare a conoscerci ancora! Che ridere, una mattina ho sentito una signora che davanti alla vetrina diceva: “Qui organizzano matrimoni…”.

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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#Fiabecontroilcancro: la fiaba di Matteo

Matteo lo conoscete tutti, è il mio fidanzato. È il mio grande amore, la mia famiglia, il mio tutto. È giovane, bello, spigliato, volitivo, sempre sorridente e… malato. Brutto da dirsi, ma sì, Teo è malato. Di cancro. Da dieci anni. Potrebbero sembrare pochi, ma da giovani, nel periodo in cui ci si dovrebbe costruire una vita e invece la vita ti impegna nella lotta contro la morte, sono tantissimi. Dieci anni in cui la sua voglia di vivere e di andare avanti hanno fatto tutta la differenza, insieme alla ricerca scientifica. Teo ora è impegnato con la chemio, una compagna che non lo abbandonerà mai più e che gli dà già un bel pensiero e del filo da torcere, ma si è messo in testa che questo non può totalizzare la sua vita. Perché ha un messaggio da lanciare: le avversità non mancano mai e condizionano immancabilmente la nostra vita, ma tutto si può affrontare, combattere e sconfiggere. Proprio come sta cercando di fare lui.

Per parlare agli altri, per gettare un seme di speranza in quante più vite possibili, un anno fa ha lanciato il progetto Fairitales, un portale dedicato alle storie belle, alla fiaba come portatrice di insegnamenti antichi, e ora sta per lanciare #Fiabecontroilcancro, un progetto che comprende la mostra fotografica ‘Alice e Peter: tra realtà e magia’, che verrà inaugurata domenica 6 novembre presso la Ex Dogana di Tornavento, in provincia di Varese, e una raccolta fondi tramite il portale Produzioni dal basso, che avrà come obiettivo la realizzazione del libro “Lo scoglio di Petra”, una fiaba illustrata sul tema della malattia, di cui parte del ricavato sarà destinato come donazione ad Airc per la ricerca scientifica. Perché se ripercorre la sua storia, non può dimenticare – non possiamo dimenticare – il momento in cui la sua oncologa gli disse: “Per il tuo tipo di cancro, è disponibile un farmaco, che è appena stato brevettato e che fino a pochi anni fa non esisteva. Sei fortunato”. E se possiamo dirci fortunati in tutta questa grande sfiga è solo perché la ricerca ha fatto passi da gigante e vogliamo dare il nostro piccolo contributo affinchè continui a salvare quante più vite possibili.

Ecco, per realizzare qualcosa di grande, abbiamo bisogno concretamente di tutti voi. E la cosa bella è che per fare qualcosa di grande, spesso basta così poco. Perciò, vi aspettiamo alla presentazione del progetto e all’inaugurazione della mostra fotografica domenica 6 a Tornavento (qui il programma) e poi sulla piattaforma Produzioni dal basso per dare il contributo al progetto di crowdfunding, che aprirà proprio domenica pomeriggio, in contemporanea con l’inaugurazione della mostra. Se Teo, se noi siamo arrivati fino a qui, è anche per merito vostro e del vostro calore: non abbandonateci ora, continuate a camminare con noi! Vi aspettiamo!

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#StartupMonAmour – Il canto del maggio: hai detto matrimonio diffuso?

start up mon amour

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta la nostra #consulenteatipica Carolina è andata alla scoperta di un posto magico: Il Canto del Maggio, l’“albergo diffuso” di Simona Quirini e della papera di famiglia Qui Qui, che diventa per ogni viaggiatore una seconda casa. Situato nelle campagne intorno ad Arezzo, è un luogo di cui è difficile non innamorarsi: un po’ romantico, un po’ nostalgico, tanto bello, tanto grande, ma raccolto, immerso nella pace e nel verde. Qui puoi incontrare italiani, stranieri, single, famiglie e i figli di Simona che fanno colazione insieme alla nonna. Il personale è cosmopolita. Al bancone del bar c’è Wilma, una scrittrice olandese che per cercare ispirazione fa la ragazza “au pair”. All’orto trovi Rina, una ragazza giapponese che fa uno stage per replicare esperienza e progetto nel suo Giappone.

E poi c’è lei. C’è Simona. Il Sole del Canto del Maggio. Presente, solare, divertente, romantica, pratica, felice, mamma, moglie, figlia, professionista. Gestisce la sua attività con passione e dedizione. I contorni della vita privata si intrecciano con quelli aziendali. “L’agriturismo è per me un concetto di vita, casa mia sì, ma aperta a tutti. Tutti devono sentire che l’accoglienza è al primo posto per me e la mia famiglia, e che in fondo ne entrano a far parte non appena varcano la soglia e si avvicinano a quelle piccole grandi cose che fanno parte di questo mondo”.

Simona e Qui Qui - Foto: Francesca Es

Simona e Qui Qui – Foto: Francesca Es

Il Canto del Maggio è un progetto di vita: “Inizialmente, forse per la novità, non venne visto bene, o meglio, c’era un po’ di diffidenza soprattutto in un piccolo borgo, ma ora, anche i vicini fanno indirettamente parte di questo progetto. Quando vado a fare la spesa in centro per esempio, utilizzando solo prodotti a km zero, tutti mi chiedono come procede e dimostrano un’ammirazione e un rispetto nei confronti dell’attività della mia famiglia commovente, ne sono felice”.

Ma che cosa significa il concetto di “albergo diffuso”? “Riprendendo la definizione di Giancarlo Dall’Ara, un albergo diffuso è sostanzialmente due cose: un modello di ospitalità originale e di sviluppo turistico del territorio. In estrema sintesi, si tratta di una proposta concepita per offrire agli ospiti l’esperienza di vita di un centro storico di una città o di un paese, potendo contare su tutti i servizi alberghieri, cioè su accoglienza, assistenza, ristorazione, spazi e servizi comuni per gli ospiti, alloggiando in case e camere che distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso: lo stabile nel quale sono situati la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro. Ma l’AD è anche un modello di sviluppo del territorio che non crea impatto ambientale. Per dare vita ad un Albergo Diffuso infatti non è necessario costruire niente, dato che ci si limita a recuperare/ristrutturare e a mettere in rete quello che esiste già”.

Uno scorcio de "Il canto del maggio" - Foto: Francesca Es

Uno scorcio de “Il canto del maggio” – Foto: Francesca Es

Dall’albergo diffuso al “matrimonio diffuso”?: “Il matrimonio qui è un momento magico per me. Da circa tre anni il Canto del Maggio è anche una location per matrimoni. Inizialmente non ero preparata, non riuscivo a vedere la possibilità di mescolare la filosofia di ospitalità e familiarità al concetto di matrimonio con la “m” maiuscola. Poi grazie alle wedding planner di Italian Eye Event sono riuscita ad andare oltre, ho visto un’idea, una complementarità: non era più il Canto del Maggio a doversi sagomare sugli sposi, ma loro ad adeguarsi a noi. E così ho iniziato. Oggi ne organizzo di tutti i generi, dai più classici ai più particolari. Ovviamente mantengo una linea coerente: il requisito del green e del “country” è sicuramente il fil rouge dell’evento. Ecco, chi cerca il gran lusso non lo trova qui. Qui trovi una sensazione, un’emozione.
Io mi occupo in prima persona del “food” & “beverage” e collaboro con professionisti per gli allestimenti wedding e per lo studio dell’evento. Per esempio, prima dell’estate ho ospitato un matrimonio di una coppia belga che ha riservato tutto il Canto del Maggio per tre giorni. L’evento è andato di pari passo con la vita delle persone che vivono all’interno del borgo, rafforzando il concetto di ospitalità e naturalezza che fanno di questa location una seconda casa per tutti.
L’evento matrimonio mi coinvolge in prima persona. Chi mi chiama per ricevere informazioni mi deve piacere a pelle, già da una telefonata riesco a capire la sinergia. Chi si sposa qui deve essere consapevole della realtà che trova. Per esempio, una mattina all’alba mi sono incamminata fino al fiume – con gli stivaloni in gomma – per fare un video con il mio iPhone per una coppia di sposi straniera. Volevo capissero realmente il territorio, la zona, le luci. Ecco, questa sono io”.

Un elegante mise en place - Foto: Francesca Es

Un elegante mise en place – Foto: Francesca Es

Prossimi progetti in tema wedding?: “Organizzare la prima unione civile di un mio caro amico, così il Canto del Maggio assume un’altra connotazione ancora. La tradizione che si fonde con l’evoluzione. Il sentirsi a casa, che vale per tutti”.

Ma ho visto tra le foto del matrimonio belga una torta nuziale incredibile…: “Il pasticcere è mio figlio più piccolo, che è un artista, non c’è altro da dire. Io con i dolci me la cavo, adoro prepararli per colazione, ma lui è oltre. Nessuno dei miei due figli è certo di voler continuare questo lavoro, questa tradizione. E io in questo voglio essere il più democratica possibile, senza influenzarli. Ma quando vedo i capolavori del mio secondo, e quando il mio primo mi dice “Be’, sai mamma, forse un agriturismo è anche bello averlo” vedo i miei 25 anni di attività che passano in fretta, le rinunce fatte, la vita serrata, ma vedo anche quello che ho costruito e la famiglia allargata che siamo oggi e ne sono fiera”.

Le deliziose colazioni preparate da Simona e Qui Qui - Foto: Francesca Es

Le deliziose colazioni preparate da Simona e Qui Qui – Foto: Francesca Es

Il tuo progetto è talmente bello, che in Giappone è stato replicato: dicci di più!: “Sì, sembra incredibile. Qui in Italia, ancora oggi, normative regionali differenti osteggiano il concetto di “albergo diffuso” e per questo siamo portati a parlare solo di “ospitalità diffusa”. Per questo progetto sono stata scelta come referente. All’inizio, mi sono preoccupata, poi invece mi sono convinta, grazie anche all’appoggio del mio sindaco che sostiene quest’idea. E così a metà novembre andrò in Giappone e assisterò a un workshop di 10 giorni dove presenterò il Canto del Maggio e mostrerò attraverso una serie di slides le fotografie che mi rappresentano e raccontano dell’ospitalità diffusa. E chissà magari prenderanno spunto anche per il concetto di matrimonio diffuso!”.

Progetti per il futuro?: “Ne ho tanti, forse troppi! Mi piacerebbe promuovere sempre più, soprattutto tra i giovani, il concetto di recupero di aree attraverso la costituzione di un albergo diffuso o di un agriturismo, ma ogni progetto innovativo è poi tassativamente gravoso, e questo purtroppo porta molti ad abbandonare un sogno… A Chiassaia, a pochi km da qui, per esempio, dei ragazzi di Milano tramite un bando della comunità montana sono partiti con 40 capre e ora oltre ad averne 120, sono una parte importante del turismo qui, con la vendita del loro fantastico caprino. Quando possibile, appoggio progetti sociali come il recupero di giovani problematici attraverso l’accoglienza e il lavoro in struttura, ma la burocrazia è davvero lunga e mi piacerebbe fosse snellita per far in modo che aderissero più imprenditori e si potesse fare il bene di quanti più ragazzi e ragazze possibili. Un sogno nel cassetto sarebbe poi poter rilanciare Rocca Ricciarda (frazione del comune di Loro Ciuffenna in provincia di Arezzo, ndr), posto dell’anima per me, ma quello è ancora lontano”.

Il panorama dalla piscina - Foto: Francesca Es

Il panorama dalla piscina – Foto: Francesca Es

Un po’ di burocrazia… Quali sono le problematiche con cui ti scontri quotidianamente?: “Indubbiamente le normative regionali che sono farraginose e diverse in materia di albergo diffuso. Qui in Toscana per esempio non possiamo ancora parlare di albergo diffuso, ma solo di ospitalità diffusa. Sono infatti “etichettata” come agriturismo, ma non sono poi neanche quello. Infatti non posso vendere i prodotti che coltivo e creo qui all’interno del Canto del Maggio. Oppure i costi del personale. La pressione previdenziale. La difficoltà di poter impiegare personale alternativo. Le scartoffie, che mi passa la voglia al primo foglio. Insomma sembra quasi che ti mettano i bastoni tra le ruote! Ti racconto questa: ho collaborato con un’azienda svizzera che cercava alloggio per alcuni manager. Inizialmente non ci sono stati problemi, poi in un secondo momento mi hanno richiesto una serie infinita di documenti relativi alla sicurezza (uscite di sicurezza – segnaletica orizzontale etc) di cui non dispongo perché sono un borgo storico… Ho cercato di spiegarlo più e più volte. Ma non c’è stato verso e cosi quest’azienda mi ha cancellato dalla lista dei fornitori. Che peccato!”.

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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Mostrare l’amore

Se c’è una cosa che da sempre tutti i figli rimproverano ai genitori è il metodo d’educazione: “Se m’avessi dato qualche schiaffo in meno (ai tempi miei si usava senza ripercussioni o recriminazioni sociali), impartito qualche castigo in meno e qualche esempio in più, oggi saprei cosa fare e come comportarmi in certe situazioni”. Classico. Peccato che educare, insegnare qualcosa, non sia semplice. Capisco i genitori, anche se non lo sono ancora: dare una sberla, alzare la voce o mettere in castigo è molto più facile e veloce che mettersi in gioco, in discussione e mostrare la vita. La verità è che manco loro sanno bene cosa sia e come si viva, sta cazzo di vita. Ai miei non posso dire niente: nonostante tutto, se oggi so come stare al mondo, so cosa è giusto o non è giusto fare e ho una mia precisa e definita personalità, in parte è anche merito loro. Certo, non sono la figlia perfetta, ma faccio del mio meglio per non deluderli, anche se me lo dicono poco spesso. Ma non è questo il punto.

Il punto è: che fatica essere d’esempio. Significa certo comportarsi bene, questo è quello che ti insegnano da piccola, ma oggi più che mai per me significa: fare, essere quello che si dice o che si pensa.

Insegnare è la cosa più difficile di questo mondo: significa essere preparati su una certa materia, averne fatto esperienza, aver imparato a propria volta la lezione, e poi trasmetterla, essendo pronti a continuare a imparare, perchè ogni lezione è un imprevisto e non sai mai chi potrebbe metterti alla prova. Si dice che chi non sa insegna: spesso con l’accezione cattivella che vuole sottolineare come chi siede dietro alla cattedra sia un incompetente; io invece dico che è vero perchè ogni volta è un mettersi alla prova, un mettersi a nudo, un rivelare anche le proprie lacune e cercare di colmarle con il confronto.

Già insegnare una materia è difficile… e con l’amore come la mettiamo? Nessuno sa di preciso cosa sia nè come lo si può sperimentare, eppure dicono che devono essere gli altri a ravvederlo in te. “Va che occhi a cuoricino… sei innamorata!”, “Certo che io davvero non so come fate ad affrontare tutto questo: siete davvero innamorati!”: ultimamente queste sono alcune delle frasi che ho sentito pronunciare di più nei miei confronti. Queste, insieme a “Finchè ci siete voi due, c’è speranza!”, “Voi siete l’amore, incarnate l’essenza del matrimonio”, “Grazie per l’esempio d’amicizia e d’amore che date” e numerose altre. Frasi che sono arrivate nonostante l’ultimo periodo sia stato uno dei più duri: l’ennesima diagnosi, l’ennesima cura da intraprendere, gli ennesimi sacrifici hanno messo a dura prova la capacità di intravedere un possibile futuro per noi, una serena vita insieme. I sorrisi hanno lasciato più spazio ai rimbrotti, ai litigi, alle discussioni, agli allontanamenti. Eppure… proprio in quel periodo in cui mi sembrava ci amassimo di meno, le persone ci dicevano che ci amavamo di più. Com’era possibile?

Proprio in quel periodo fatto di tensioni eravamo un esempio: una lusinga, certo, ma anche molta paura, perchè comporta una bella responsabilità. Poi la risposta è arrivata da sè: come puoi insegnare che le difficoltà si affrontano meglio in due, che l’amore vince sempre e su tutto e che non bisogna mollare mai? Semplicemente facendolo. In quei momenti non ci siamo chiesti cosa fosse più giusto fare, l’abbiamo fatto, nonostante il peso nel cuore. Non avevamo gli occhi a cuore a ricordarci che ci amavamo, ma ci amavamo e questo bastava.

E con questo non intendo dire che l’amore basta a risolvere le cose, ma è di sicuro il motore che ti fa andare avanti, che ti fa scegliere il sacrificio al posto della fuga, il rimanere piuttosto che andare. E che ti fa tornare la voglia di tornare a casa, dopo 14 anni, dopo tutta la stanchezza, dopo tutte le recriminazioni, dopo che avevi voglia di scappare. Perché lì è dove c’è il tuo cuore e dove c’è il cuore, c’è casa.

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#StartupMonAmour – Shibuse, per nozze green

start up mon amour

Eccoci con un’altra puntata del progetto “Startup Mon Amour”, il viaggio alla scoperta di realtà innovative legate al mondo del wedding, ideato da #giovaniconlapiva. Questa volta protagonista è Shibuse, il primo portale italiano dedicato alle nozze green, dove è possibile trovare bomboniere, partecipazioni, gioielli, abiti, viaggi e regali da inserire nella lista nozze, tutto rigorosamente eco-friendly. La nostra #consulenteatipica Carolina ha scambiato quattro chiacchiere con le due founder del progetto Simona Cipollaro e Adriana Carpenzano e ha scoperto che…

Simona, Adriana: presentatevi!: “Io, Simona, sono web content specializzata in tematiche green, invece Adriana è instructional designer e web designer. Entrambe viviamo cercando di ridurre al minimo la nostra impronta ecologica, e crediamo che il web sia un utile strumento per influire sulle abitudini di vita delle persone e contribuire alla nascita di una più forte coscienza ecologica”.

Simona e Adriana, founder di Shibuse

Simona e Adriana, founder di Shibuse

Da dove è nata l’idea di Shibuse? “Io avevo organizzato, nel 2012, il mio matrimonio a basso impatto ambientale e da un po’ di tempo avevo in testa l’idea di creare una realtà che potesse mettere in rete fornitori di prodotti e servizi del settore. L’incontro con Adriana è servito a trovare una compagna di lavoro e di avventura in grado, per le sue competenze, di strutturare l’idea anche da un punto di vista tecnologico e dare così vita alla piattaforma. Poi, nell’ambito di Torino Social Innovation e del programma Facilito Giovani, abbiamo avuto una grande opportunità per dare vita al nostro sogno, grazie a un finanziamento che ha permesso di realizzare la piattaforma e lanciare la campagna di comunicazione”.

Avevate avuto altre esperienze lavorative prima? “Sì. La nostra fortuna, se così vogliamo chiamarla è stata quella di trovare sul nostro cammino lavorativo realtà in cui il capitale umano non veniva valorizzato. Dobbiamo a questo la nascita di Shibuse, perché ci ha fatto capire che uno dei pochi modi per ripartire oggi, è cominciare da se stessi e dalle proprie passioni”.

Quali sono gli scopi di Shibuse? “Da un lato c’è quello di dare visibilità alle micro e piccole imprese che lavorano nel settore e dall’altro di rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti all’ambiente, che anche per il loro giorno più bello sono alla ricerca di soluzioni ecosostenibili”.

Come aiuta concretamente gli sposi? “Shibuse permette ai futuri sposi di raccogliere informazioni e scegliere a chi rivolgersi per organizzare ogni aspetto della cerimonia, dal trucco ecologico per la sposa alle stoviglie biodegradabili per il ricevimento. Allo stesso tempo è un multi shop, dove poter acquistare direttamente numerosi articoli, dalle partecipazioni in carta riciclata alle bomboniere eco”.

Quali sono i cardini su cui si fonda Shibuse?Ecosostenibilità, Made in Italy e creatività: ecco i nostri punti fermi. Vogliamo contribuire alla diffusione di nuovi stili di vita e il matrimonio ci sembra un buon punto di partenza. Basta considerare che nozze con una media di 100 invitati lasciano dietro di sè un impatto sull’ambiente, in termini di emissioni, di circa 2,5 tonnellate di CO2 (Fonte: Million Zero CO2). Promuoviamo i prodotti e il lavoro italiano, l’hand made e l’artigianato per ampliarne il mercato di riferimento. Vogliamo dare spazio alle idee, a prodotti e servizi originali. Ci interessa tutto quello che è ‘diverso’. Per questo cerchiamo fornitori appassionati e innamorati del proprio lavoro. A questi tre pilastri, se ne aggiunge un altro, non meno importante: la lentezza. Siamo sempre più abituati a promesse di spedizioni frenetiche. Su Shibuse viene dato agli oggetti il giusto tempo per la loro realizzazione. Passione e creatività hanno bisogno di tempo e pazienza. Quindi, chi vorrà scegliere bomboniere o bouquet su Shibuse, dovrà giocare d’anticipo e dare ai fornitori il tempo di realizzare le loro creazioni”.

Avete in atto numerose collaborazioni: ce le illustrate? “Quando abbiamo cominciato a contattare i fornitori, ci siamo rese subito conto delle enormi competenze nascoste nelle piccole realtà produttive, a volte artigianali, e della grande passione con cui svolgono il loro lavoro. Abbiamo trovato prodotti e servizi unici e una grande attenzione all’ambiente. Il progetto è stato accolto fin da subito con grande entusiasmo e come una opportunità di fare rete con altre realtà che condividono la stessa filosofia di vita e di lavoro, che poi è uno degli scopi principali di Shibuse. Grazie alle tante collaborazioni nate in questi mesi, Shibuse riesce a offrire molti servizi pur essendo ancora una piccola realtà.
Grazie a ListaNozzeOnLine.it è possibile creare una lista di nozze green on line direttamente dalla piattaforma. La collaborazione con Treedom, l’unica piattaforma web al mondo che permette di piantare un albero a distanza e di seguirlo online, consente di compensare le emissioni del proprio matrimonio e/o di sostituire le normali bomboniere con la piantumazione di alberi da far adottare dagli invitati. Infine, grazie a The Greenwatcher, un sistema certificato che coinvolge utenti e aziende, basato su un algoritmo che valuta da 0 a 10 l’eco-sostenibilità dei “luoghi”, i fornitori che si iscrivono alla piattaforma possono richiedere la loro certificazione ambientale usufruendo di uno sconto Shibuse”.

Shibuse, per nozze ecochic!

Shibuse, per nozze ecochic!

Ma parliamo di cose burocratiche… Trattandosi di una startup green avete pensato o addirittura richiesto un bando regionale o europeo? “Per ora non abbiamo ancora provato a richiedere alcun tipo di bando né di carattere regionale nè europeo, ma abbiamo partecipato a Torino Social Innovation, promosso dalla Città di Torino, un set di strategie e strumenti per sostenere la nascita di imprese di giovani, capaci di rispondere a bisogni sociali emergenti in campi diversi e trasformare idee innovative in servizi, prodotti, soluzioni che sappiano creare al tempo stesso valore economico e valore sociale per il territorio e la comunità. Un evento che ci rispecchia in pieno”.

E trattandosi di una startup che opera in ambito green ed ecosostenibile, avete pensato di iscrivervi nel registro delle startup innovative? “Sì, abbiamo fatto richiesta ed è stata accolta: oggi e per i prossimi quattro anni, possiamo dichiararci, fiscalmente parlando, una startup innovativa a tutti gli effetti”.

 

Chi è Carolina: Carolina Casolo, ovvero #carolinaconsulente, è una consulente un po’ atipica, che ama poter assistere aziende o persone fisiche che iniziano una propria attività seguendo un sogno, fornendo punti di vista differenti e trovando soluzioni innovative per rispondere alle sempre più particolari esigenze dei clienti. Ecco da dove è nato il suo interesse per il settore del wedding e in particolare per le startup. È la founder di #giovaniconlapiva, la società di servizi e consulenze dedicata ai giovani under 35 che si approcciano al lavoro autonomo.

[Grazie a Rachele Mandarano per la collaborazione]

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Zankyou Wedding Breakfast: l’evento… delle Meraviglie!

Il Paese delle Meraviglie: se avessi mai dovuto immaginarmelo, di certo sarebbe stato come quello ricreato durante il primo Wedding Breakfast d’Italia, un’occasione in cui parlare di tutto quello che riguarda il matrimonio insieme agli esponenti d’eccellenza del settore. Organizzato da Zankyou, il portale internazionale dedicato al wedding, l’evento da favola è stato ospitato dall’hotel superlusso Chateau Monfort, nel cuore di Milano, il massimo in termini di romanticismo: nel Lounge Bar la wedding planner Nataly Olmetti di NOB Eventi ha ricreato l’atmosfera sognante e un po’ fiabesca dell’ora del tè con il Cappellaio Matto, resa più vivace dai tocchi di colori delle creazioni floreali a opera di Elisabetta Cardani.

Fiori: Elisabetta Cardani – Foto: Morlotti Studio

Nana&Nana Cakes + The flowers lab – Foto: Morlotti Studio

Nana&Nana Cakes – Foto: Morlotti Studio

Alzatine piene di dolci leccornie, eleganti servizi da tè, teiere in bilico e una wedding cake decorata con delicate rose: mancava solo di veder passare di lì il Bianconiglio, sempre di fretta! E non è un caso: l’ispirazione per l’allestimento è venuta dalla leggenda che si narra esserci dietro il Chateau Monfort: sembra infatti che qui molto tempo fa vivessero il mago Ambrogio e il suo amato coniglietto Juan Lapin, i più celebri in città per i loro spettacoli sempre acclamati. L’idillio si spezza quando Juan decide di scappare: aveva la fama, ma non la felicità né la libertà. Dopo giorni di ricerca invano, Ambrogio tornando a casa, lo ritrova nel prato. Ma non era solo: con lui tanti piccoli coniglietti. Juan oltre ad aver ritrovato la libertà aveva trovato anche l’amore.

Foto: Morlotti Studio

Foto: Morlotti Studio

Una bella storia che dopo averci fatto sognare, ci riporta al motivo per cui siamo qui: per parlare d’amore, perché di questo il matrimonio è fatto (o almeno dovrebbe). Dopo il benvenuto datoci dalla direzione dell’hotel e dopo l’introduzione fatta da Simona e Federica, rispettivamente Responsabile Digital PR & Comunicazione e Directory Manager Zankyou Italia, ecco che si entra nel vivo con gli ospiti d’eccezione: apre le fila Ernst Knam, il celebre chef, che in quanto a wedding cake e confetti ha le idee molto chiare: meglio una fake wedding cake con ripiani in polistirolo con un angolo in pan di spagna e crema per il taglio della torta, in cui su ogni ripiano vi sono delle minicake, e per quanto riguardo i confetti, assolutamente sì, fanno parte della nostra tradizione! A seguire, l’elegantissima Giorgia Fantin Borghi, wedding planner per passione, ci ha illustrato nel dettaglio il suo prossimo programma tv “La sposa più bella”, in onda a breve su La5. Se si parla di matrimonio, non si può fare a meno che parlare di comunicazione: ecco allora l’intervento di Enrica Ponzellini, direttore di Vogue Sposa, che ha illustrato la nuova veste grafica della rivista, più improntata sull’importanza dell’immagine, e di Donna & Sposa, il canale interamente dedicato a noi donne e all’incantato mondo del matrimonio.

La sala gremita – Foto: Morlotti Studio

Tra i presenti in sala, Enzo Miccio, wedding planner nonché star del piccolo schermo, i bridal designer Antonio Riva, Domo Adami e Simone Marulli, e numerose wedding planner e wedding blogger, tutti invitati a partecipare alla tavola rotonda lanciata da Lucia Boriosi di Confetti a colazione proprio sui temi più scottanti che riguardano il matrimonio: nei giorni precedenti l’evento ha raccolto domande, dubbi e perplessità dagli sposi, che riguardavano dalla figura della wedding planner (ma cosa fa? Di cosa si occupa?) ai costi per un matrimonio (perché costa così tanto?). Dopo un acceso scambio tra i partecipanti, si è giunti a un’unica conclusione: il matrimonio è un sogno per il quale occorre un grande investimento di energie, tempo e creatività da parte dei professionisti: questo implica a sua volta un grande investimento di denaro. Ma budget alti non sono automaticamente sinonimo di risultati eccellenti: occorre avere idee chiare e individuare un fil rouge. E se non le si hanno, affidarsi a un esperto: altrimenti noi che ci stiamo a fare?

Un momento del dibattito – Foto: Morlotti Studio

Alla prossima edizione! – Foto: Morlotti Studio

Credits:

Organizzazione evento: NOB Eventi
Location: Hotel Château Monfort
Fotografia: Morlotti Studio
Video: Nitrato d’Argento
Allestimenti floreali: Elisabetta Cardani + The flowers lab
Sweet table & dolcezze: Nana&Nana Cakes
Partecipazioni: EcoFattoArt

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